Bird Box, la recensione

“Mille non più mille”

Durante l’ultimo periodo dell’alto medioevo si era instaurata la credenza che con la fine del millennio sarebbe giunta l’Apocalisse, la fine del mondo o, quantomeno, dell’umanità. In realtà la paura dell’estinzione dell’umanità ha qualcosa di atavico legato principalmente all’inizio della consapevolezza della mortalità dell’uomo.

Anche durante la fine del secondo millennio ricominciò ad instillarsi nuovamente nella mentalità popolare – complici le sempre più millantate profezie apocalittiche di Nostradamus, calendario Maya, il Mago Gabriel, Wanna Marchi et similia – il timore di sparire dalla faccia della terra. l’industria cinematografica ha iniziato a “surfare” sulla cresta dell’onda di questa ennesima fobia collettiva proponendo al pubblico titoli dal carattere apocalittico come, ad esempio, 2012 o E Venne il Giorno.

Passano gli anni e, passata la paura del giudizio divino ecco che si inizia a temere maggiormente (a ragione -NdR-) la fine dell’umanità per mano dell’umanità stessa.

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Una donna con due bambini, un maschio ed una femmina della stessa età, si apprestano ad attraversare un bosco in tutta fretta e in preda al terrore. Vi è però qualcosa di strano in questa fuga: sono tutti bendati. La donna si assicura, in modo anche un po’ brusco, che i bambini per nessuna ragione si tolgano la benda dagli occhi mentre attraversano il bosco cercando di raggiungere una barca con la quale scendere lungo un fiume. All’improvviso una digressione temporale. Malorie è una donna single disillusa che cerca di affrontare il proprio mal di vivere dipingendo e portando avanti una gravidanza ospite a casa della sorella Jessica. Poco prima di andare in ospedale per un normale controllo di routine, le due, sentono di una strana epidemia che sta colpendo la Russia e l’Europa che provoca un’apparente isteria di massa accompagnata da misteriosi suicidi a dir poco assurdi.

Conclusa la visita Malorie assiste impotente al suicidio di una donna…poi al di fuori dell’ospedale un altro suicidio, poi un altro e un altro ancora: ovunque volta lo sguardo vede gente impazzire e suicidarsi in qualunque modo. Dopo essere salite in macchina, Malorie e Jessica, non credono ai loro occhi rimanendo semi impietrite dal degenero collettivo che le circonda. D’un tratto Jessica, che si trova al volante dell’auto, inorridisce alla vista di qualcosa, qualcosa che però Malorie non riesce a vedere e inizia a guidare in preda al panico rischiando più volte di scontrarsi con altri veicoli. Un forte suono metallico, il tempo che sembra fermarsi, il silenzio e poi di nuovo un fortissimo rumore di vetri rotti e lamiere piegate: la loro macchina si è ribaltata. Per fortuna le due sorelle sono praticamente incolumi ed escono, seppur a fatica, dall’abitacolo. Malorie si guarda attorno e si sente sollevata nel vedere che anche Jessica non ha riportato nulla di grave nonostante l’incidente, eppure c’è qualcosa di strano nello sguardo di Jessica la quale, ancora inorridita da ciò che ha visto, lentamente arretra verso il centro della strada e si lascia così investire da un camion che arriva a folle velocità.

Malorie viene infine soccorsa e, una volta entrata all’interno di un’abitazione adiacente, fa conoscenza con altre persone apparentemente non colte da questa inquietante follia dilagante. Ci troviamo di colpo ancora con la donna in compagnia dei bambini dell’inizio e scopriamo quindi che si tratta proprio di Malorie che con essi cerca si scendere lungo il fiume per un motivo al momento a noi non noto.

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Bird Box

Susanne Bier (Golden Globe, Oscar come miglior film straniero e premio come miglior regia allo European Film Festival nel 2011 con In un Mondo Migliore) dirige un film non semplice da narrare visto il continuo salto “ieri-oggi” temporale. Scelta dettata dal romanzo dal quale la pellicola prende ispirazione (appunto Bird Box del 2014 scritto da Josh Malerman) e che obbliga la regista a scelte di adattamento un po’ forzate dovendo ridurre il tutto in 117 minuti. La fotografia curata da Salvatore Totino è discretamente fredda e ben si adatta alla dicotomia narrativa generale seppur, forse, un po’ troppo forzata nella fase finale della pellicola. Molto buono il doppiaggio che non si prende “licenze” rimanendo quindi fedele all’originale e azzeccata la scelta dei doppiatori che non si discostano nè dall’intenzione degli attori nè dal colore stesso delle voci.    

Con un cast che comprende attori come la sempre splendida Sandra Bullock e un eccellente – come sempre –  John Malkovich è obiettivamente difficile notare sbavature nelle interpretazioni, peccato però che al loro fianco siano presenti attori che interpretano con un po’ troppo entusiasmo il loro reale ruolo, questo porta a tratti l’impressione di assistere ad alcune goffe caricature caratteriali che si potevano tranquillamente evitare.

In Conclusione
Bird Box nasce con un’idea e muore con un’altra. Il progetto nasce sotto Universal Pictures ma poi passa a Netflix con conseguente e discutibile passaggio di sceneggiatura a cura di Eric Heisserer il quale, pur avendo alle spalle lavori quali A Nightmare on Elm Street e La Cosa, può parlar male di sé anche per la sceneggiatura di Final Destination 5. Il risultato di questo cambio di produzione - e d’intenzione - è un film dagli ottimi propositi ma dal discutibile esito. La tensione è spesso avvertibile ma poi tutto si spezza con un sacco di domande che sorgono spontanee sul come e sul perchè di non pochi avvenimenti. Peccato.
5.5
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