IO, recensione della nuova esclusiva targata Netflix

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In questi ultimi anni si sta facendo in modo di sensibilizzare sempre più l’opinione pubblica riguardo il continuo spreco di risorse e beni che il nostro pianeta elargisce con sempre più fatica a tutti gli esseri che lo abitano, esseri umani compresi. Sempre più personaggi pubblici tra attori e gente di spettacolo, addirittura passando per l’ex vice presidente degli Stati Uniti Al Gore e non ultimo il famoso imprenditore e inventore sudafricano Elon Musk, si fanno in quattro per attirare l’attenzione su quanto peso ha lo sviluppo del genere umano nell’economia della sopravvivenza del pianeta Terra.

Tra i vari progetti di quest’ultimo ve n’è uno in particolare che riguarda un “piano” per garantire la salvezza del genere umano nel caso si dovesse arrivare ad un punto di non ritorno per la salute del nostro caro pianeta: raggiungere e colonizzare Marte. In realtà non è l’unico a lavorare ad un così complesso progetto, anche la NASA e la ESA (rispettivamente le agenzie spaziali americana ed europea -NdR-) stanno lavorando in questo senso e probabilmente codesto ambizioso disegno di sopravvivenza umana è stato alla base per la scrittura della sceneggiatura di IO, produzione esclusiva di Netflix da poco disponibile alla visione via streaming.

La fuga da un mondo un tempo florido

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Ci troviamo in un futuro non molto lontano e la vita sulla Terra è diventata impossibile per via della tossicità raggiunta dall’atmosfera. L’ossigeno è ormai scarso ed è possibile respirare senza mashera e bombole solo su alte colline o montagne. Al di sotto solo una scura coltre di nubi tossiche che non lasciano scampo a nessun tipo di forma di vita in cui persino gli oceani risultano privi di vita. La popolazione mondiale è stata decimata e solo poche centinaia di astronavi sono partite dalla Terra in direzione di IO, una delle lune di Giove attorno alla quale è stata costruita una sorta di enorme stazione orbitante. La scelta per la posizione della struttura “salva umanità” non è in realtà stata volta alla colonizzazione del satellite gioviano ma, bensì è stata presa poiché si tratta di un buon punto “intermedio” per raggiungere un pianeta simile alla terra che si trova ad orbitare attorno a Proxima Centauri (pianeta di fatto esistente -NdR-). Nome in codice per questo progetto: Exodus.

Poco prima dell’inizio di Exodus, uno scenziato si mette a diffondere la notizia che sta lavorando in direzione diametralmente opposta e che è sua intenzione bonificare nuovamente la Terra così da non doverla abbandonare. Passano gli anni ma i risultati delle ricerche del dottor Warren non danno risultati, nel frattempo facciamo la conoscenza di Sam, la figlia del dottore, e la vediamo girare in una piccola cittadina in fondo alla valle su cui suo padre ha costruito una sorta di campo base nel quale effettuare le proprie ricerche. La giovane è infatti alla ricerca di materiale da analizzare per continuare il lavoro iniziato dal padre ormai scomparso. Molte sono le difficoltà ed ancor di più gli insuccessi in questa continua ricerca di una cura per la Terra, ricerca che ha il preciso intento di mantenere vivo un pianeta che lentamente scivola verso la più straziante desolazione.

Un incontro…una speranza?

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La vita di Sam continua così, tra silenzi assordanti che fanno da colonna sonora alla sua solitaria e metodica vita e un rapporto “epistolare” che intrattiene con Elon, personaggio che ci è possibile conoscere unicamente tramite le mail che invia alla giovane con una certa regolarità. Un giorno però Sam intravede qualcosa tra le nuvole che si avvicina al campo base. Una volta atterrato quello che appare come una sorta di pallone aerostatico corazzato amatorialmente, Sam fa la conoscenza di Micah, un uomo che le chiede se è quello il luogo in cui si trova il dottor Warren. Inizialmente Sam non rivela la propria reale identità diffidando di questa persona. Micah ha raggiunto quel luogo seguendo un messaggio radio che Sam ogni giorno invia nella speranza che qualcuno, dopo aver asoltato tale messaggio radio, raggiunga il campo base così come era volontà di suo padre. Con il tempo anche Sam, vedendo di potersi fidare di Micah svela chi è e cosa a cosa sta lavorando. Intenzione di Micah è il raggiungere una delle ultime astronavi in partenza dalla terra in direzione di IO. Forse però c’è anche qualcos’altro nelle intenzioni dell’uomo.

Ritmo, questo sconosciuto

Jonathan Helpert, già regista di House of Time, in questo suo secondo lavoro si cimenta in una storia futuribile e decisamente attuale nelle tematiche ambientaliste che tanto preoccupano e fanno pensare tutti quanti negli ultimi anni. Il regista riesce a trasmettere un forte senso di solitudine grazie a sequenze che si dilatano e permeano lo spettatore di una iniziale curiosità mista ad inquietudine. Anche la fotografia riesce a rendere bene lo stato in cui versa la Terra durante questo lento declino biologico e lo fa enfatizzando lo stato di mondo morente durante le scene nella cittadina ai piedi della collina con colori freddi e spenti in contrasto con la scelta cromatica della “zona salva” in cui Sam e Micah possono ancora respirare senza bombole di ossigeno. Un contrasto non esageratamente marcato dato che si tratta anche qui di una zona biologimante borderline. La colonna sonora – o meglio i suoni – che accompagnano la visione di questo lungometraggio è anch’essa pesante e rende in modo adeguato la situazione di vita in solitaria dei protagonisti riuscendo a trasmettere, specie nel finale, il giusto stato emotivo nello spettatore. In realtà, forse, fa solo il suo compitino senza infamia e senza lode ma, è anche vero, che in film di questo tipo non è possibile strafare senza rischiare di risultare eccessivamente ridondante.

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Le interpretazioni degli attori Margaret Qualley (The Vanishing of Sidney Hall, Death Note) ed Anthony Mackie ( 8 Mile, The Hurt Locker nonchè parte della serie cinematografica dedicata agli Avangers) sono buone e sufficientemente credibili anche se un poco forzate e a tratti solo abbozzate nelle sfacettature emotive, scelta forse dettata anche dalla scelta narrativa del regista, il quale ha puntato su di una specie di fanta-docu-fiction-movie di un’ora e trentasei minuti.

In Conclusione
IO è un film dall’ambientazione molto buona e con una solida idea alla base, con una realizzazione tecnica di buon livello ma che soffre di una narrazione a tratti soporifera. Certo visto l’incipt narrativo nessuno si può aspettare un continuo cliffhanger di situazioni, però si poteva sicuramente chiedere qualcosa in più alla sceneggiatura. Vi sono presenti diverse incongruenze relative alla personalità dei personaggi, i quali spesso vanno ad autostereotiparsi mostrando, quindi, il fianco alla caratterizzazione degli stessi. Questo si traduce in un distacco empatico precoce riguardo i protagonisti oltre che alla richiesta sempre più forte di arrivare in fretta a quello che è un finale in parte telefonato. La morale dietro al film è chiara sin dai primi istanti e non bastano un paio di “rivelazioni” e la conclusione con tanto di una vacua speranza - seppur, forse, permeo di una sottile critica creazionistica- a far sì che la produzione risulti pregevole.
5.7
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