L’interattività non è più solo dominio dei videogiochi

La serie TV Black Mirror anticipa i tempi

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Ci risiamo! A quasi due mesi dalla presa di posizione dell’ex ministro Calenda contro i videogiochi che, a suo parere, nuocerebbero alla personalità del bambino sollevando di conseguenza la dura reazione dell’AESVI, ora il casus belli è la messa in onda da parte di Netflix dell’episodio interattivo di Black Mirror dal nome Bandersnatch che prevede ben cinque diverse possibilità di esito finale e un consistente numero di combinazioni che modificano di volta in volta il percorso della storia. La trama in questione si rifà ad un vecchio progetto videoludico sviluppato nel 1984 da Imagine Software e che avrebbe dovuto girare sul famoso ZX Spectrum.

Ora, dal film al videogioco il passo è breve e quindi è fin troppo facile cogliere l’occasione per mettere nuovamente in cattiva luce questo passatempo ponendo l’interattività, che solo a volte, è bene precisarlo, si ritrova come modalità di gioco, negazione dell’immaginazione, dei nostri sogni. Non è vero, non è così, e pertanto non sono d’accordo con l’articolo di Elena Stancanelli, apparso sul quotidiano La Repubblica del 2 Gennaio 2019, in cui sbrigativamente afferma che l’interattività: “… è invece regina nei video giochi” quando sappiamo che ciò si riscontra soprattutto nei titoli della software house Quantic Dream per una sua scelta editoriale, mentre per il resto la regia di un qualsiasi altro gioco, dall’inizio alla fine compresa, viene già stabilita in origine, senza che noi possiamo intervenire per modificala, siamo spettatori. 

Inoltre posso pensare di vivere una narrazione a modo mio, e quindi di immaginarla, per il gusto di scoprire le avventure che incontrerò e il piacere di farne esperienza, senza con questo sentirmi tra i “responsabili dell’ossessione dell’interattività”. Diamo alle cose il giusto peso, non facciamone un dramma! Se l’interattività vuol dire immaginare una realtà diversa, quella che a noi soddisfa di più per il tipo di storia che stiamo vivendo o che vorremmo vivere, può essere un bene perché ci abitua a dover far fronte a delle scelte che siano consapevoli, motivate e non impulsive. Ogni tanto anche da passeggero, parafrasando la Stancanelli, desidero per la sicurezza di entrambi correggere o sostituirmi al guidatore.

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