Le potenze di Internet si contendono l’egemonia dell’intelligenza artificiale

Il duello è tutto fra Stati Uniti e Cina

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Sapere cosa ci aspetterà nel prossimo futuro dal punto di vista dell’intelligenza artificiale (AI) vuol dire passare attraverso i programmi d’investimento e di ricerca che le maggiori società private di internet, oggi in campo, hanno in animo di perseguire. E il confronto ancora una volta investe gli Stati Uniti e la Cina, due potenze che non solo sul piano puramente economico e commerciale, basti pensare all’odierna guerra sui dazi, ma anche su quello tecnologico cercano di guadagnare una vera supremazia mondiale, una leadership a tutti gli effetti.

Da un lato abbiamo le americane Google, Facebook, Amazon, Apple, Microsoft e IBM che ormai vantano una lunga tradizione sia nello sviluppo di software che di hardware e che hanno saputo conquistare grosse fette di mercato e di utenza anche fuori dai propri confini nazionali; ciò ha consentito l’acquisizione di corpose banche dati di ogni tipo che possono trovare un loro utilizzo in svariati programmi di servizi a beneficio di una migliore qualità della vita. Dall’altra s’impongono tre colossi cinesi quali Baidu, Alibaba e Tencent che nulla hanno da invidiare alle prime e che stanno promuovendo nei settori dell’AI ingenti quantità di risorse, soprattutto nel campo della mobilità, della diagnostica medica e della sicurezza, militare compresa.

Si assiste tra questi due raggruppamenti ad una sorta di “rincorsa” di chi potrà vantare nel giro di un decennio l’egemonia in questo settore, sollecitata da una società sempre più mutevole e bisognosa, e quindi dipendente, da quei progressi tecnologici che hanno nell’AI il loro punto di forza. Appare chiaro dunque che non c’è solo un motivo di profitto dietro questa grande mole di interventi, ma c’è la messa in opera di strumenti che, pur con tutti i benefici che ne possono derivare, tengono monitorato la quotidianità di ogni individuo, indipendentemente dal suo diritto alla privacy, e questo è il lato oscuro che preoccupa e che merita la giusta attenzione perché non sia sottovalutato.

Infatti si sta già parlando di public shaming (l’umiliazione pubblica) attraverso il mondo digitale o di social reting, un meccanismo che premia o punisce i cittadini in base ai loro comportamenti. Non lasciamo che sia un algoritmo a decidere se siamo bravi o cattivi. L’analisi computazionale va vista per quello che è con tutti i suoi limiti, non per quello che vorremmo dovrebbe diventare: la capacità decisionale del cervello è molto più complessa e considera aspetti che una formula o una procedura matematica nuda e cruda non possiede.

L’AI dunque è ormai diventata parte integrante del vissuto di ciascuno di noi, ci accompagna nelle nostre vicende personali e tende ad evolvere – come e quanto è tutto da vedere – contestualmente con il mutare dei nostri bisogni e delle nostre aspirazioni di persone unite tra loro da una rete cibernetica via via più connessa, senza con ciò dimenticare le incognite che possono esserci dietro l’angolo. Importante è saperle governare e non doverle supinamente subire.

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