La storia di Giulia Cecchettin arriva sul grande schermo per continuare a fare rumore.
Se domani non torno è il ritratto della società e della sua presa di coscienza. L'impegno sociale scaturito dalla tragedia della morte di Giulia è ciò su cui si basa gran parte della pellicola, che prende ispirazione dal libro Cara Giulia. Quello che ho imparato da mia figlia, scritto da Gino Cecchettin e Marco Franzoso nel 2024.

Fare critica su un film di questo genere, è questione molto delicata. Il rischio di cadere nella banalità e nella retorica rende l’operazione un vero campo minato.
Dopo una visione di questo tipo, il peso che rimane addosso è indicibile. In qualche modo si realizza che il dolore non si è affievolito nel tempo, nonostante quella raccontata sia una storia che conosciamo perfettamente e una storia di - già - 3 anni fa. Una storia che riguarda tutti noi da vicino.
Perché è importante Se domani non torno
Il motivo dell’esistenza di questo film risiede nella sua "utilità". Dobbiamo continuare a parlare di Giulia, di violenza sulle donne, di patriarcato. È un'occasione per riflettere, ma soprattutto per continuare a fare rumore, per tenere presente bene a mente che un problema c’è, ed è un problema sociale.
È l’opportunità per prendere coscienza del fatto che l’origine e le dimensioni di tale problema sono assai radicate in un atteggiamento collettivo che ci definisce come società ormai da svariati decenni e che sta, molto lentamente (grazie a battaglie continue), cambiando.
Il film è a dir poco necessario. E lo è a prescindere da tutte quelle che possono essere le imperfezioni tecniche, cinematograficamente parlando. È un “attacco” alla nostra coscienza, un’opportunità di analisi introspettiva.
Piuttosto che concentrarsi sulla figura di Giulia, sul dolore personale, Se domani non torno racconta l’impatto sociale che la tragedia ha avuto, e continua ad avere, sulla nostra collettività.

Se domani non torno è un film educativo, che deve essere visto da tutti (in particolare dagli uomini). Con riflessioni e dialoghi quasi didattici, sembra infatti rivolgersi principalmente a loro.
È una rappresentazione chiara della tragedia, che resta lucida e tiene a mente il senso della sua realizzazione: l’informazione, la conoscenza, più in generale la cultura è l’unica salvezza possibile. L’ignoranza, la nostra condanna.
È un film, quello diretto da Paola Randi, fatto di parole, di pensieri concreti. È un film che evidenzia l'importanza del linguaggio, che qui assume funzione di strumento di denuncia sociale e ci offre uno specchio. C’è un'attenzione minuziosa alle parole impossibile da ignorare, ed è per questo che si rivela fondamentalmente utile.
È un film che, per l'ennesima volta, pone i riflettori su una piaga sociale: la violenza contro le donne esiste ed è quotidiana.
C'è il coraggio, c'è la forza di una famiglia che si alza in piedi e comincia a combattere sin da subito, con tutti gli strumenti possibili. Una storia di solidarietà. C’è tutto quello che dovrebbe esserci quando si decide di affrontare e toccare una storia di questa portata.
La cultura dietro la violenza e la rappresentazione della tragedia
La scelta stilistica, fondamentale all’interno della narrazione, di non menzionare, di oscurare quanto più possibile l'antagonista di questa vicenda, ovvero l'assassino di Giulia, è una scelta consapevole, che anche noi continuiamo a rispettare. C'è il decentramento della responsabilità tradizionalmente attribuita alle donne. Rimuovere l’importanza del femminicida in quanto tale, delle sue azioni, del movente è necessario ai fini del film stesso.
Sappiamo benissimo chi è il colpevole, non serve ribadirlo, non è questo il punto.
Il patriarcato non è lui, non è racchiuso in unico individuo. Dietro alla "strategia" di offuscare il carnefice c’è al contempo la volontà di combattere - come dichiarato più volte dalla sorella di Giulia, Elena Cecchettin - il processo di deumanizzazione che si opera nei confronti del femminicida. Chi ha ucciso Giulia è "un figlio sano del patriarcato", non un’eccezione.
I fatti li conosciamo, la cronaca li ha raccontati e affrontati già nel dettaglio. Il focus qui non è l’azione, ma le sue conseguenze, ciò che il femminicidio crea a livello sociale e il cambiamento che richiede con urgenza. "Il femminicidio è un delitto di potere" dice Elena, e lo Stato ne è complice.
Lo stesso Gino, padre e uomo, non comprende - almeno inizialmente - il nesso che lega la morte di sua figlia Giulia alla piaga del patriarcato. A sottolineare, anche in buona fede, quanto l’ignoranza possa far danno e costruire narrative sbagliate.
Gino vuole imparare, vuole trasformare il dolore in una battaglia collettiva che scuota la realtà dal profondo e cambi il punto di vista di una società abituata male. Lo fa informandosi, divulgando, condividendo.
Il "lavoro" intrapreso da lui e da sua figlia Elena è un tentativo di risveglio della coscienza sociale su un tema sottovalutato e, troppo spesso, giudicato con superficialità e ignoranza.

In questo emerge anche il paradosso dei media, sin da subito interessati e coinvolti nella vicenda. L'informazione che si fa strumento e oppressione, che mostra come sia labile il confine tra aiuto e giudizio. L'invadenza del mondo esterno sta nelle responsabilità, nelle colpe che si tenta di addossare ai familiari, agli amici delle vittime. Sensi di colpa su cui si interroga Gino e da cui immediatamente cercano di salvarlo i suoi figli, Elena e Davide.
Qui torna l’importanza delle parole. Bisogna prestare estrema attenzione a raccontare tragedie come questa, per evitare di scadere nella presunzione e nel giudizio gratuito.
Un confronto tra Gino e sua madre diventa la chiave di lettura immediata ed efficace per capire il fulcro e il vero problema della nostra quotidianità. Nel tentativo della donna di spiegare in maniera semplice al figlio l’essenza del patriarcato, la spiegazione passa attraverso la sua storia personale - di come sia stato scelto il nome del figlio, di come la figura del padre si sia imposta nella loro famiglia - e attraverso la città di Padova: nella piazza più grande della città, Prato della Valle, sono infatti presenti, fa notare la donna, ben 78 statue, e nessuna raffigura una donna.
Esemplificativo, direi, dell’approccio diffidente e ignorante che da sempre la nostra società riserva alle donne. Anche alle più illustri e meritevoli, le cui scoperte, talenti, contributi vengono tuttavia costantemente trascurati (oltre che giudicati).
La regia e il cast
Il film è diretto da Paola Randi, che firma la sceneggiatura a quattro mani con Lisa Nur Sultan. La regia è molto attenta ai volti, all’emotività dei personaggi. È una regia che registra il rumore e i silenzi di questa tragedia, che dà importanza alle cose giuste. Tutto risulta molto realistico, affatto romanzato.

Seguiamo la famiglia muoversi nella foschia di un dolore inconcepibile e arrabbiato, nel caos che la tragedia ha smosso intorno e nell’assenza del calore di una figlia e sorella. Un velo grigio caratterizza gli ambienti, specchio di un’esistenza che improvvisamente ha perso colore, ha perso Giulia, che viene infatti interpretata da Sabrina Martina come una fonte di luce e colori costante. Una laurea, dei sogni, una vita davanti.
Il cast è centratissimo, nell’interpretazione e nell’estetica. Tutti rendono eccezionalmente l’entità della tragedia e di ciò che la perdita di Giulia ha comportato. Filippo Timi è Gino Cecchettin, Sabrina Martina è Giulia, Tecla Bossi è Elena, Tommaso Allione è Davide.
"[…] Se domani sono io, se domani non torno, mamma, distruggi tutto. Se domani tocca a me, voglio essere l'ultima."Cristina Torre Cáceres
Non aggiungiamo altro.
Presentato in anteprima alla 21° edizione della Festa del Cinema di Roma e distribuito da Notorious Pictures, Se domani non torno è al cinema. Andate a vederlo e fate tanto, tanto rumore.

