Nel corso della XX edizione della Festa del Cinema di Roma, tenutasi ad ottobre 2025, è stato presentato in anteprima Die My Love, l'atteso lungometraggio firmato dalla regista Lynne Ramsay.
Il film, che era già stato in concorso al 78º Festival di Cannes, è l’adattamento cinematografico del romanzo Matate, amor (Ammazzati amore mio, 2012) di Ariana Harwicz e vede come protagonisti Jennifer Lawrence e Robert Pattinson, due attori molto apprezzati, per la prima volta insieme sul grande schermo.
La trama di Die My love ruota attorno a Grace (Jennifer Lawrence), una giovane scrittrice e madre che sprofonda lentamente in una profonda depressione post-partum. La donna vive con il marito in una remota casa di campagna, in una piccola realtà opprimente, dove l'isolamento e l'angoscia la portano a confondere costantemente i confini tra realtà e delirio, mettendo a dura prova il suo matrimonio e la sua stessa identità.
Il film è un intenso e claustrofobico viaggio nella mente della donna che non fa sconti allo spettatore, mostrando tutta la ferocia e la natura del dolore.
La brutalità estetica di Die My Love: tra dolore, delirio, natura e dissonanze
Die My Love è una pellicola dura che affronta una tematica delicata senza girarci intorno, senza confezionare nulla a favore del grande schermo e c’è lo dimostra fin dai suoi primi minuti con un’apertura folgorante.
Di conseguenza, per tutto il film Grace ci viene mostrata per quello che è e che sta vivendo in diverse sfumature che contemplano momenti di lucidità e attimi di delirio esasperato. È una donna che soffre, inascoltata, perché nessuno sembra avere i mezzi per farlo. Una donna che urla disperatamente e che cerca di aggrapparsi alla realtà, perdendola passo dopo passo. Tutta la sofferenza e l’angoscia della sua condizione ci vengono restituiti con brutalità attraverso sequenze di forte impatto, senza fare spiegoni e senza provare a dare risposte.

La scelta di Lynne Ramsay è quella di mostrare senza mezzi termini la realtà agli spettatori, esplorando il microcosmo di Grace, il suo apparente delirio e la sua sofferenza utilizzando l’arte cinematografica nella sua interezza, giocando con la macchina da presa, con i colori, con le ambientazioni, con la natura e soprattutto con il sonoro.
La cifra stilistica di Lynne Ramsay si manifesta pienamente nell'uso del paesaggio del Montana, che non è solo uno sfondo, ma un elemento attivo. La regista cattura vaste distese erbose dove il tempo si dissolve e si confonde, rendendo indistinguibile il passato dal presente, riflettendo lo smarrimento interiore della protagonista, Grace. La donna si muove in questi spazi aperti con una selvaggia irrequietezza.

La musica è un elemento fondamentale, l'utilizzo delle canzoni e tutta la dimensione sonora in sé gioca un ruolo importantissimo, che aiuta l’immersione nella storia e accompagna i momenti più catartici. Stranisce ma allo stesso tempo dà tridimensionalità alla crisi interiore e al caos esteriore che ci viene mostrato. La Ramsay utilizza inserti musicali invadenti e dissonanti per spezzare l'armonia, come le tracce riprodotte dal giradischi. Momenti salienti includono i duetti cantati dalla coppia, come l'ironico "In Spite of Ourselves" e il potente assolo finale di Grace sulle note di "Love Will Tear Us Apart", che funge da epilogo emotivo.
L'Interpretazione di Jennifer Lawrence: Il cuore claustrofobico e punk di Die My Love
Jannifer Lawence è perfetta nel ruolo, restituisce ogni emozione, ogni cambiamento di Grace, ogni difficoltà e ogni folle gesto, con i suoi sguardi e le sue movenze. È spesso a terra, nel fango, a suo agio tra la natura e riportando quella connessione con l’istinto animale che emerge prepotentemente nella protagonista e anche nelle scene più audaci convince al cento per cento.
Per quanto riguarda il resto del cast, ogni attore e personaggio è funzionale alla narrazione e anche se ci sono delle ombre su alcuni di essi, è giusto che sia così, non tutto deve avere delle risposte o un senso se il messaggio è ben veicolato e funziona sul piano artistico.
Robert Pattinson non delude e la sua performance è ottima. Anche in questo caso arriva allo spettatore tutta la confusione e la difficoltà che l’uomo ha nel gestire la situazione e nel comprendere la moglie. Senza il suo personaggio la storia non avrebbe funzionato allo stesso modo: il loro rapporto è fondamentale così come è fondamentale il bambino, che è l’unico elemento che non disturba nella pellicola, che non dà in realtà nessun problema nemmeno a Grace e che non viene messo al centro come causa, semplicemente perché non ha colpe.

Siamo di fronte a una pellicola claustrofobica, punk, audace e sporca, che potrebbe sembrare anche pretestuosa, ma che ci mostra un ritratto del dolore della depressione post-partum in un modo inedito per il cinema contemporaneo.
Dei difetti ci sono e non siamo davanti ad un film perfetto: a volte si perde un po’, confonde e alcune immagini potevano essere più accurate, ma ciò che colpisce e conquista è il suo intento e la sua efficacia. Non c’è bisogno di puntare sulla commozione per raccontare un dramma interiore, non c’è bisogno di portare sullo schermo la pena, ma raccontare una donna sfaccettata, sfacciata, che si perde nel dolore e prova a controllarlo, non riuscendoci. Una donna isterica, quasi psicopatica, ma che in realtà sta solo soffrendo. Questo era ciò che andava fatto.
