A 5 anni dal suo ultimo lavoro e 6 da Corpus Christi, candidato all’Oscar come Miglior Film in lingua straniera, il regista polacco Jan Komasa torna al cinema con Good Boy, un racconto potente e metaforico che parla di noi.
Quella di Good Boy è una storia piuttosto inverosimile, eppure profondamente reale nelle tematiche che tocca. Nessuno si salva, non in questa società, né la borghesia, né gli ultimi.
Presentato alla 20ª edizione della Festa del Cinema di Roma, il film vede protagonisti Andrea Riseborough (Kathryn) e Anson Boon (Tommy), vincitore del premio Vittorio Gassman al miglior attore dei film in concorso e Stephen Graham (Chris) che, dopo Adolescence, torna nei panni di un padre alle prese con una generazione difficile, persa, una generazione che fa fatica a distinguere il bene dal male.
Della serie Netflix, pur distanziandosi e presentandosi come una pellicola a parte, Good Boy riprende il filo conduttore, ovvero la difficoltà nel mondo contemporaneo di riuscire a capire ed educare i nuovi giovani a ciò che è giusto.
Good Boy: di cosa parla l’ultimo film di jan komasa
Londra. Dopo l’ennesima nottata passata tra droghe, discoteche, sesso e prepotenze varie, Tommy, 19 anni, viene improvvisamente rapito.
Si risveglia nel seminterrato di una casa in campagna, che scoprirà poi essere abitata da una famiglia. Chris, autore del rapimento, padre e marito, vive lì con la moglie Kathryn e il figlio adolescente Jonathan.
È lui ad aver imprigionato Tommy con l’intento di “rieducarlo” e trasformarlo in un “bravo ragazzo” (da qui il titolo della pellicola).
Tra Tommy e la famiglia “ospitante” si instaurerà un legame unico, che costringerà il ragazzo ad affrontare la propria natura sregolata e, soprattutto, a pesare il valore della sua libertà.
Tra il paradosso e il reale
La violenza, o meglio, l’eradicazione della violenza dall’animo, dal modo di pensare dei nuovi “giovani” sembra essere lo scopo ultimo di Chris e della sua famiglia.
Un’operazione di misericordia, vestita di buonismo è quella che Chris e sua moglie tentano di compiere nei confronti di Tommy (e non solo). Komasa – ma anche chi guarda – però non risparmia nessuno: sono tutti carnefici e tutti vittime allo stesso tempo.
Il fine, effettivamente, non giustifica a pieno i mezzi, soprattutto nel caso in cui l’intermezzo sia violento tanto quanto il male da sopprimere. Certo è che alla fine si è sollevati, ma comunque disturbati e infastiditi.

Le emozioni generate dalla visione sono confuse e riguardano, seppur in maniera diversa, entrambi i protagonisti: si prova quasi dolore per Tommy, per ciò che rappresenta, ma si prova dolore anche per Chris, per la disperazione che lo porta ad agire in modo estremo; scaturisce tenerezza Tommy, perché in parte – razionalmente – riusciamo a riconoscere la radice delle sue azioni (che non sono solo sue, ma della società intera), e allo stesso modo la provoca Chris, per la speranza che ripone nei tentativi di rieducare un’intera generazione persa.
La regia minimalista, rigorosa, quasi in contrasto con i tumulti emotivi dei personaggi, si serve di espedienti che esplicitamente rievocano Hitchcock o Kubrick, con un forte richiamo ad Arancia Meccanica (soprattutto per quanto riguarda il trattamento riabilitativo attuato da Chris).
Nella volontà di Komasa di rappresentare una storia piuttosto inverosimile e non reale, emerge l’essenza estremamente vera di tutto il racconto: il valore della libertà, che ci pone automaticamente di fronte a domande scomode e implicite: nel tentativo disperato di rieducare e sensibilizzare le nuove generazioni, fino a che punto saremmo disposti ad arrivare?
Un’allegoria della nostra realtà
Jan Komasa racconta una storia, se vogliamo, assurda, inverosimile nelle soluzioni fattuali che pone come rimedio a temi, al contrario, estremamente urgenti e reali.
È un film sulla rieducazione, sì, ma soprattutto sull’importanza dei rapporti, su quanto i legami plasmino la nostra vita e la nostra persona e prevengano cadute libere verso il baratro della violenza gratuita.
È questo il focus: Tommy, nella sua vita di tutti i giorni, gode di una libertà incondizionata, non ha freni, eppure non riceve attenzioni.
Nella sua vita da prigioniero, paradossalmente, viene privato della sua libertà, ma ricoperto costantemente da attenzioni.
In un rapporto che gradualmente si intride di fiducia, Chris e la sua famiglia alimentano Tommy con premure varie, organizzando un pic nic tutto per lui, facendogli ascoltare musica, leggere libri… Si sviluppa tra loro un legame inquietante, grottesco, magnetico.

È tutta una provocazione, “una grande allegoria”, come definisce lo stesso Komasa in conferenza stampa.
Non c’è realtà, se non nel modo di affrontare le emozioni e le proprie perdite: in quanto esseri umani, ognuno le affronta e gestisce in modo personale e, probabilmente, cercare di rieducare altri ragazzi è il modo con cui Chris e la sua famiglia elaborano la loro perdita più grande.
Il codice di lettura è quindi un po’ come un sistema binario: non ci sono sfumature strutturali. Le uniche sfumature possibili riguardano i comportamenti dei personaggi.
Quanto vale la libertà?
Il film è quasi una lettera d’amore nei confronti della tirannia, una provocazione per affrontare e capire la nostra società, quasi a voler sfidare il valore principale che è quello della libertà.
La cultura occidentale – in senso lato – parla di libertà, una libertà sudata in nome di ideali e principi importanti che prima di noi sono stati conquistati e protetti. Ed è questo assunto che Komasa vuole mettere in crisi con il suo ultimo film: vale la pena barattare una libertà vincolata o mozzata in cambio di attenzioni e certezze maggiori?
Immediato è il parallelismo con 1984, di George Orwell, in cui il protagonista, che inizialmente ripudia il Grande Fratello, finisce per leggere l’oppressione come una forma di attenzione, quasi d’amore.

A questo proposito, è curioso quanto raccontato dal regista in conferenza stampa, che confessa: “Le riprese sono durate 21 giorni e si sono svolte all’interno degli studi in cui si è registrata la prima edizione del Grande Fratello polacco.
La cantina stessa in cui viene tenuto Tommy è un luogo iconico: qui per la prima volta una coppia del Grande Fratello ha consumato un rapporto sessuale in diretta televisiva”.
Un rimando decisamente interessante e puntuale rispetto al film, in cui vediamo come la violenza e il degrado morale siano ormai spettacolarizzati quotidianamente.
L’immagine riflessa di una società sempre più persa
Good Boy è specchio del sottobosco dark che sostiene la società contemporanea. Siamo costantemente immersi in una cultura violenta, trash, entrata a far parte di ciò che è mainstream, dunque non più laterale.
È pienamente parte integrante della nostra quotidianità: ogni giorno vediamo violenza, cattiveria, devastazione. Ciò che una volta era l’eccezione, oggi è la regola.
Siamo indubbiamente tutti parte di questa cultura, che oggi può essere persino monetizzata.
I followers, le reazioni social, sono tutti elementi che vengono scambiati per attenzione e poi monetizzati, di fatto equivocando questa mera e artefatta soddisfazione temporanea con la vera e propria libertà.

Questa è la gravità a cui siamo arrivati, ed è ciò che Komasa enfatizza, ad esempio, con le condivisioni social delle violenze perpetrate da Tommy. Tommy fa ciò che vuole, non paga per le sue cattiverie, resta libero.
Esattamente come i "potenti" dei nostri giorni. Non esiste più un galateo, niente che regoli ciò che è giusto. Anzi. Sembra quasi che il successo non sia raggiungibile se non spingendosi oltre, prevaricando sugli altri, oltrepassando i limiti dell’ammissibile.
Magnificamente interpretato, Good Boy di Jan Komasa è al cinema dal 6 marzo, distribuito da Minerva Pictures e Filmclub Distribuzione. Un’opportunità per riflettere su ciò che diamo per scontato. Non perdetelo.
