Dopo il successo della trasposizione di Frankenstein (trovate qui la nostra recensione), firmata dal maestro Guillermo del Toro, è arrivato nelle sale italiane il 5 marzo La Sposa!, il secondo lungometraggio firmato dalla celebre attrice Maggie Gyllenhaal, dopo La figlia oscura (2021).
La Sposa! è liberamente ispirata al film La moglie di Frankenstein di James Whale (1935).
Ci riporta nell'universo creato da Mary Shelly nel suo romanzo Frankenstein, ma dandoci una chiave e un contesto che si discosta nettamente sia dalla visione di del Toro, che raccontava un'altra parte della storia, sia dall'idealizzazione che si può avere pensando già dalla genesi di un progetto tanto ambizioso, perché non racconta una storia di mostri ma indaga nell'animo umano e nella scoperta di se stessi, portando a galla anche la corruzione e ferite ancora aperte nella società contemporanea.
La Sposa! di Maggie Gyllenhaal si può definire un film punk e femminista dall'estetica iconica.
La protagonista, della pellicola è la bravissima Jessie Buckley, affiancata da Christian Bale, che interpreta Frank la Creatura Frankenstein.
Nel resto del cast troviamo: Annette Bening, Peter Sarsgaard, Jake Gyllenhaal, Penélope Cruz, Julianne Hough, John Magaro, Jeannie Berlin, Louis Cancelmi, Matthew Maher, Linda Emond, Zlatko Burić, William Hill, Massiel Mordan e Marko Caka.
La Sposa! e il patto tra solitudine e scienza
Il progetto di Maggie Gyllenhaal nasce da una premessa narrativa ribaltata: non è il creatore a tormentare la creatura, ma il mostro (un Christian Bale dolente e fisico) che, stanco di un’eternità di isolamento, reclama il diritto all'amore.
La genesi del film si focalizza sulla Chicago degli anni '30, dove la Creatura convince la dottoressa Cornelia Euphronious (Annette Bening) a sfidare le leggi naturali.
La scenografia e la regia della Gyllenhaal trasforma il laboratorio in un rifugio etico, dove la creazione della "Sposa" non è un atto di egoismo scientifico, ma una risposta compassionevole a una solitudine esistenziale devastante.

È un inizio che mescola il noir classico con una sensibilità profondamente umana, preparando il terreno per un esperimento che sfuggirà a ogni controllo.
Perché la donna risvegliata ha un passato irrisolto e una guerra da combattere seppur inizialmente non ricordi la sua identità ma si fidi delle parole titubanti di Frank.
Le individualità e il dialogo meta-narrativo
Il cuore del film esplode con il risveglio della Sposa (Jessie Buckley). Qui l'individualità non è un dono della creazione, ma una conquista post-morte. Se la Creatura cercava una compagna speculare, si ritrova davanti a un essere che non accetta definizioni.
La sua scoperta di sé è una deflagrazione: la Sposa non si riconosce nel ruolo di "metà" di qualcuno, ma inizia a esplorare il mondo con una curiosità feroce e punk. Il film diventa così la cronaca di un'anima che si riassembla pezzo dopo pezzo, rivendicando una libertà che nessuno aveva previsto.

Il percorso di scoperta di sé della protagonista assume anche una dimensione filosofica unica grazie a un espediente meta-narrativo: la voce di Mary Shelley (interpretata dalla stessa Jessie Buckley).
Questa presenza auditiva non è un semplice narratore, ma una coscienza che interagisce direttamente con la Sposa, guidandola nel labirinto della sua nuova esistenza. Attraverso questo dialogo interiore, l'individualità della protagonista si cristallizza: lei non è solo carne rianimata, ma l'incarnazione del pensiero della sua "madre" letteraria.
La Sposa impara a decodificare il dolore della sua vita precedente e a trasformarlo in una presa di coscienza radicale, rifiutando di essere l'oggetto del desiderio della Creatura o l'esperimento della Euphronious per diventare un soggetto politico autonomo.
La Sposa come icona di rivolta
Nel corso della pellicola vediamo anche un’esplosione di rabbia sociale dove la Sposa diventa un simbolo di rivolta. Se il Joker di Todd Phillips era un agente del caos nichilista, La Sposa! di Gyllenhaal ne rappresenta paradossalmente l'antitesi positiva: la sua è una ribellione costruttiva e collettiva che nasce direttamente dalla sottotrama crime del film.
La pellicola svela infatti come la protagonista sia stata vittima di un sistema in conseguenza ad una omicidi seriali perpetrati da uomini di potere che credevano di poter disporre dei corpi femminili impunemente.

La sua rinascita innesca una rivolta delle donne e degli emarginati che infiamma le strade di Chicago, guidata dalle interpretazioni monumentali del cast: Jessie Buckley offre una prova viscerale di rara potenza, affiancata da un Christian Bale capace di dare una dignità commovente alla Creatura e da una Annette Bening glaciale ma complessa nel ruolo della Euphronious.
Tuttavia, questa sovrabbondanza di spunti, dal noir al politico, dal metanarrativo al gotico, rappresenta anche il limite del film.
I tanti lati positivi finiscono a tratti per raggomitolarsi su se stessi, creando una confusione strutturale che rischia di sopraffare lo spettatore; questa densità, seppur affascinante, può risultare il vero punto debole di una pellicola che, nel tentativo di dire tutto, talvolta smarrisce la linearità emotiva.
