Il 12 febbraio è arrivato nelle sale italiane distribuito da I Wonder Pictures, Pillion - Amore senza freni, l'esordio alla regia di Harry Lighton, adattamento cinematografico del romanzo Box Hill dello scrittore britannico Adam Mars-Jones. Il film con protagonisti Alexander Skarsgård e Harry Melling si impone immediatamente come un'opera di rottura capace di maneggiare una materia narrativa che potremmo definire delicata con una maturità sorprendente per un'opera prima.
Pillion si distacca nettamente dalle storie d'amore queer a cui il cinema pop ci ha abituati, immergendoci senza filtri nella subcultura dei biker e delle pratiche BDSM.
Nel cast di Pillion, affianco ad Alexander Skarsgård e Harry Melling, troviamo: Douglas Hodge, Lesley Sharp, Jake Shears, Anthony Welsh, Matt Hill, Nick Figgis e Jake Sharp.
Dinamiche inesplorate: il rapporto servo e padrone
Il primo aspetto che colpisce di Pillion è la sua natura sfacciata, esplicita e a suo modo profondamente sincera nel mettere in scena dinamiche finora rimaste ai margini del cinema pop: il rapporto tra schiavo e padrone, tra sottomesso e dominante.
La trama segue le vicende di Colin (Harry Melling) un ragazzo dalla vita ordinaria e sottotono che abita ancora in casa dei i suoi molto apprensivi genitori e che resta incredibilmente affascinato da Ray (Alexander Skarsgård), un biker tanto affascinante e carismatico quanto schivo.

Quello che inizia come un incontro occasionale si trasforma rapidamente in un legame di potere con dei ruoli ben definiti: Ray introduce Colin in un mondo regolato da una disciplina ferrea e rituali di obbedienza che spaziano dalla sfera domestica a quella sessuale.
Lighton non cerca metafore rassicuranti o giustificazioni morali, ma esplora con onestà la realtà di un desiderio che si nutre di gerarchie rigide. Portando sullo schermo una "servitù volontaria" senza filtri, il film sfida il giudizio dello spettatore, indagando la sottomissione come un linguaggio relazionale complesso che scardina i canoni della narrazione romantica tradizionale ma ci ponendoci anche davanti ad un quesito morale.
Pillion: il passeggero della propria esistenza
Un messaggio molto importante traspare già dal titolo, e ci aiuta di conseguenza a comprendere il legame tra i due protagonisti. Pillion significa letteralmente passeggero e definisce perfettamente ciò Colin è per Ray: un passeggero che si lascia completamente guidare, trasportare e manovrare, affidando la propria intera volontà nelle mani di chi tiene il manubrio.
Pillion si sviluppa proprio attorno a questa rinuncia: Colin accetta di sottostare agli ordini di Ray e di vivere nell'ombra della sua figura, trovando una stabilità paradossale.

Ma il film scava nell'ambiguità profonda di questa posizione: noi spettatori non comprendiamo mai chiaramente se questa totale passività (alla quale ad un certo punto si ribellerà anche) sia il coronamento di ciò che Colin vuole davvero o se lui la accetti solo perché è l'unica forma d’amore che ha conosciuto e che è in grado di ricevere (anche se il finale sembra darci una risposta piuttosto chiara, saremo sempre in dubbio per tutta la durata della pellicola). Questa incertezza trasforma il loro viaggio in una metafora potente, dove il piacere di essere condotti si mescola alla rinuncia definitiva del controllo.
Lo stile di Lighton e il corpo dei protagonisti
A livello di messa in scena, il film è una prova che non teme il confronto diretto con la fisicità. Harry Lighton adotta uno stile asciutto e ravvicinato, che si sofferma sulla materia, il cuoio, il metallo delle moto e il contatto tra i corpi. Harry Melling compie un lavoro straordinario nel dare a Colin una vulnerabilità mai patetica, rendendo quasi sacrale il suo bisogno di appartenere e le due fragilità.

Al suo fianco, Alexander Skarsgård incarna un Ray dominante e glaciale, la cui autorità non vacilla mai, ma lascia intravedere per un breve momento anche un altro lato, più spensierato e aperto alla dolcezza che non sapremo mai se gli appartiene davvero o era solo una maschera momentanea. Il loro scambio è un costante bilanciamento di potere, sorretto da una direzione che usa l'esplicito non per scioccare, ma per mostrare la verità di un rapporto. Pillion si rivela così un esordio sicuramente interessante, seppur non perfetto o esente da difetti. La narrazione a tratti traballa un po', ma è capace di ridefinire i confini del desiderio.
