Portobello è la nuovissima miniserie di Marco Bellocchio, presentata all'ultima Biennale di Venezia. I 6 episodi sono ora disponibili su HBO Max che forniscono uno spaccato dettagliato dal punto di vista politico, giuridico e televisivo degli anni '80 italiani.
La vicenda narrata è quella del conduttore televisivo Enzo Tortora, vittima di uno scandalo che lo vedeva coinvolto in associazione camorristica e traffico di stupefacenti.

Portobello, di cosa parla la serie HBO?
La narrazione inizia nel 1983, anno in cui Enzo Tortora, noto conduttore televisivo del programma TV che dà il nome alla serie, entra nelle case di tutti gli italiani ogni venerdì sera attraverso un varietà ricco e di successo.
Questo è quello che ci viene mostrato nel primo episodio, trasmettendoci la fama di cui godeva in quel periodo Tortora. Parallelamente in una prigione campana Giovanni Pandico, membro della NCO di Raffaele Cutolo, tenta di spedire al programma dei centrini, senza successo, il che lo porta a minacciare il conduttore per via epistolare.
Dal secondo episodio fino alla fine del quarto si susseguono una serie di avvenimenti impensabili, assurdi se pensiamo che la storia è vera: Pandico fa il nome di Tortora durante un colloquio e dopo una serie disattenzioni da parte degli incaricati alle indagini Enzo Tortora viene arrestato.
Nel mentre un metaforico castello di carte da gioco inizia a essere costruito: vari membri della NCO seguono a ruota Pandico nelle testimonianze, la RAI, che era in procinto di rinnovare il contratto a Tortora, scompare, i giornali e le televisioni iniziano una campagna denigratoria nei confronti del conduttore, seguendo l'onda d'interesse del paese, e l'opinione pubblica si divide.
Gli ultimi due episodi sono forse i più avvincenti: seguiamo direttamente in tribunale il processo a Tortora, dove da ambo i lati vengono rivelati piani d'azione e assi nella manica.
Gli avvenimenti che portano all'epilogo sono folli, irritanti se si pensa lucidamente alla vicenda nella sua totalità.

I temi di Portobello
Uno dei pregi più grandi della miniserie è proprio quello di riuscire a trattare numerose tematiche, inserendole adeguatamente in contesti parecchio diversi: l'elemento criminale è ovviamente una costante in ogni episodio, infatti emerge l'atteggiamento di reverenza dei membri nei confronti del boss, si notano i diversi caretteri di ognuno, viene esposta la modalità attraverso il quale avviene una collaborazione con le giustizia...
personaggi come Pandico e Barra sono due archetipi perfetti, scaltri in modo diverso ma entrambi essenziali all'interno di un'associazione a delinquere.
Altro aspetto interessante riguarda l'ambiente carcerario: Enzo, abituato a ben altri luoghi e personaggi, viene catapultato da un giorno all'altro in una cella con altri detenuti di varia ma umile provenienza.
Nonostante l'iniziale timore reverenziale di questi nei confronti del famoso presentatore, gli uomini riusciranno a stringere un rapporto umano significativo, in un periodo pesantissimo per Enzo.
La dimensione familiare è presentata in modo indiretto, dal momento che le figlie e gli altri parenti fungono da sostegno per Enzo; è infatti a loro che l'uomo pensa durante il periodo in reclusione. Forse un maggiore approfondimento delle varie figure familiari avrebbe aiutato a farci empatizzare ulteriormente anche con loro.
Analogo ma più specifico è il ruolo della giornalista Francesca Scopelliti, con cui l'uomo intrattiene una relazione e che oltre al supporto affettivo lo tiene aggiornato sui vari interventi dei media a proposito del suo caso.
Come già detto, negli ultimi due episodi la piega giudiziaria della vicenda prende il sopravvento, mentre precedentemente erano state mostrate solamente le indagini.
Dentro l'aula Tortora deve affrontare la platea più difficile, i mafiosi dietro le sbarre lo provocano e il pubblico ministero e il giudice non sanno più dove vedere. E non c'è periodo più attuale di questo per mostrare l'importanza di questi due ruoli.
L'aspetto chiaramente più essenziale, e su cui Bellocchio avrebbe forse potuto insistere di più in fase di sceneggiatura, è l'eco mediatico, il tremendo trattamento che Tortora ha ricevuto dai giornali, i quali non si sono fatti scrupoli nell'attacarlo senza verificare le informazioni e seguendo l'ondata di notizie che si autoalimentava, condannando un uomo ancor prima di un giudizio ufficiale.

Fabrizio Gifuni è Enzo Tortora
Dopo aver egregiamente interpretato Aldo Moro in Esterno notte e l'inquisitore Feletti in Rapito, Fabrizio Gifuni veste nuovamente i panni di un personaggio italiano noto e realmente esistito: Enzo Tortora. Al tormento del politico si sostituisce lo sgomento del presentatore ingiustamente accusato, alla fermezza dell'inquisitore si sostituisce la fragilità di un uomo colpito da più fronti.
Lino Musella allo stesso modo rende perfettamente un criminale schizofrenico come Giovanni Pandico, figura religiosa e enigmatica il cui fastidio provato nei confronti del presentatore si trasforma in cattiveria.
Degne di nota sono anche le interpretazioni di Gianfranco Gallo nei panni del boss Raffaele Cutolo e Massimiliano Rossi nei panni del efferrato criminale Pasquale Barra.
Sono invece due le attrici astri nascenti che trovano una conferma importante in questa serie: ovviamente Romana Maggiora Vergano (Francesca Scopelliti nella miniserie), già memorabile in C'è ancora domani e Il tempo che ci vuole, e poi Carlotta Gamba, che ricordiamo in Gloria! e Vermiglio.
Un'opera necessaria
Portobello è un’opera eccellente, capace di trasformare la cronaca in arte e il dolore in memoria collettiva.
Proprio per questo è una visione soprattutto necessaria: in un mondo che ha dimenticato il valore del dubbio, il sacrificio di Tortora torna a scuotere le nostre coscienze, e Bellocchio riesce ad orchestrare il tutto con la massima lucidità, senza escludere l'emozione. Un prodotto che si ha il dovere di guardare per non restare indifferenti.

