L'ultimo film di Benny Safdie, The Smashing Machine, uscito il 19 novembre nelle sale italiane, non è soltanto la prova che ci dimostra il grande potenziale anche drammatico di Dwayne Johnson, ma presenta anche un lato degli sport di combattimento che per preconcetto o pigrizia tendiamo spesso a non considerare. Ecco una lettura analitica su ciò che questo film vuole trasmetterci.
La dimensione umana del lottatore
The Smashing Machine mostra come l’immagine pubblica del “mostro imbattibile” nasconda un uomo fragile, segnato dalla difficoltà nelle relazioni umane e dalla pressione dovuta al suo lavoro. La lotta più dura non è mai stata contro gli avversari, con cui Mark non ha mai perso fino ai 30 anni, ma contro l’idea distorta di sé stesso che egli ha inseguito per anni e una falsa convinzione di invincibilità.
E quando arriva la sconfitta anche sul ring il mondo gli cade addosso, ferendo lui e di riflesso la moglie Dawn con cui il lottatore fatica a comunicare. A seguito di questa disfatta segue un periodo in cui la dipendenza da antidolorifici di Mark raggiunge livelli altissimi, portandolo a sentirsi inerme davanti al dolore. Il film dunque si occupa proprio di spostare il focus dallo sport all’intimità emotiva, lasciando lo spettatore con un ritratto realistico e crudo della vulnerabilità umana.

Le relazioni
Una buona parte del film è dedicata anche alle figure che accompagnano Mark, tutte molto pazienti e legate a lui in modo sincero, un valore non sempre facile da trovare per una celebrità. Il rapporto con la moglie non sembra mai essere stato veramente solido, nonostante l'affetto presente da entrambe le parti: i due non si capiscono, Mark non permette a Dawn di entrare nel suo mondo, non si capacita di come lei non possa capirlo, e lei finisce per sfiorare il suicidio, colta da una crisi nevrotica.
Un'altra figura interessante è Coleman, un lottatore più anziano della stessa disciplina di Mark. Sembra essere l'unico a cui è permesso di entrare a fondo nei pensieri del protagonista prima dei match e durante le crisi, probabilmente perché è visto da Mark come l'unico che possa empatizzare con lui. E' un personaggio senza apparenti difetti, è il perfetto aiutante dell'eroe che gode inoltre di una saggezza maggiore (ha esperienza, una relazione stabile e dei figli), nonostante la sua abilità sul ring sembra essere leggermente minore rispetto a quella di Mark.

The Smashing Machine: il finale spiegato
Nel finale Mark si trova davanti alla consapevolezza più dolorosa della sua vita: tutto ciò che ha costruito — fama, carriera, identità da campione — può crollare in un istante se non impara a riconoscere e affrontare le proprie fragilità. Egli non lo affronta però con disperazione, ma con leggerezza, dopo un periodo pesante e doloroso fisicamente e psicologicamente: si dimostra felice per la vittoria dell'amico Coleman e ci ribadisce che il centro del film non è il successo nello sport, ma il benessere mentale dell'essere umano, la sua felicità e l'affetto nelle relazioni (nonostante quella con Dawn continui a non sembrare stabile, tant'è che nella realtà si lasceranno poco tempo dopo).
La conclusione di The Smashing Machine non offre dunque un trionfo sportivo né una sconfitta definitiva, ma un momento di verità personale: continuare a combattere senza guardare dentro sé stesso significa solo prolungare un ciclo distruttivo. La rinascita è possibile ma non garantita, servirà lottare, fuori dal ring.
