A distanza di 3 anni dalla sua uscita in Cina, Blossoms Shanghai, la prima serie diretta e prodotta da Wong Kar-wai, è finalmente arrivata anche da noi. Disponibile su Mubi e distribuita in tre parti da 10 episodi ciascuno, la serie è tratta dal romanzo Blossoms del 2013 scritto da Jin Yucheng.
Ambientata a Shanghai, la serie esplora l'ascesa di Ah Bao, da persona comune a uomo d'affari, durante uno dei periodi più intensi per la storia del Paese.
Tra riforme economiche e aperture al commercio estero, la città arde di sogni e nuovi orizzonti, ma quando la posta in palio sale, tutti sono pronti a spingersi oltre ogni limite.

Wong Kar-wai, l'incantatore di serpenti (o spettatori)
Semplicemente inimitabile è la capacità di Wong Kar-wai di attrarci come una calamita sul frigo. Gli anni passano, il mondo dell'intrattenimento si evolve e alcuni compagni di viaggio non sono più gli stessi, eppure l'autore di Hong Kong è ancora oggi una garanzia di fascino ed eleganza tecnica.
Nonostante la separazione con lo storico direttore della fotografia, Christopher Doyle, a seguito di 2046, Blossoms Shanghai sembra non indietreggiare di un passo e spinge fin da subito per immergere lo spettatore in una neo-metropoli di luci scintillanti, cravatte ben messe e spazi saturati da sognatori.
D'altronde, Peter Pau, direttore della fotografia della serie, non è uno qualunque: nel 2001 vinse l'Oscar alla Migliore fotografia con La tigre e il dragone.
A fare la differenza, però, è anche un montaggio di altissimo livello, capace di incantare tanto quanto la messinscena con sequenze rapide e avvolgenti.
Se è pur vero che i primi 10 episodi si prendono il loro tempo per raccontarsi, è anche vero che grazie alla cornice creata dalla tecnica e legata, appunto, dal montaggio, non ci sono mai momenti morti. Anche gli episodi narrativamente più deboli risultano intrattenenti e lo spettatore ne uscirà ammaliato, in ogni caso.
Uno spazio contaminato
Il tempo è dilatato, e questo può piacere e non piacere in base a diversi fattori, uno tra tutti le abitudini seriali dello spettatore, ma ciò che è indubbiamente apprezzabile è l'utilizzo dello spazio.
Blossoms Shanghai è piuttosto chiara nel definire ambienti e paesaggi, dividendoli in due grandi opposti: da un lato abbiamo le vie commerciali dove si svolgono gli affari, zone spietate in cui la fiducia non esiste ed ogni empatia va messa da parte, mentre dall'altra abbiamo rari luoghi come il Night Tokyo, dei luoghi di comfort in cui i protagonisti possono lasciarsi andare e togliere la maschera, consapevoli di essere in una zona "protetta".
I primi, come Huangpu, sono spazi accalcati e contaminati dalla sete di potere, dove la fresia regna sovrana; i secondi, invece, sono calmi, apparentemente più larghi anche se fisicamente più stretti, lontano dalle luci della ribalta e dove le relazioni possono prendere il sopravvento su tutto il resto che aspetta fuori.

Blossoms Shanghai non è quello che ti aspetti
Se da un lato la serie è ciò che ci si potrebbe aspettare da un melodramma televisivo di Wong Kar-wai, dall'altro riesce a sorprendere grazie a un'audace combinazione di generi e elementi differenti.
La caratterizzazione di alcuni personaggi e alcune situazioni riconducono alle soap opera, ma in ogni episodio non manca la parentesi documentaria su Shanghai. Inoltre, è molto forte la componente culinaria, tanto da diventare spesso una vera e propria protagonista, ma presenta anche alcune componenti da Gangster movie.
A tal proposito, potremmo definire Blossoms Shanghai come il sale in cucina, una sorta di coltellino svizzero pronto a sfoderare un nuovo asso nella manica in base alle esigenze dell'episodio.
Nonostante l'Ah Bao di Hu Ge giganteggi in ogni scena in cui appare, la serie rimane fortemente corale, una caratteristica fondamentale che influisce direttamente sul protagonista e sulla narrazione.


