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Frankenstein: le differenze tra il film Netflix di Guillermo del Toro e il romanzo

In occasione dell’uscita su Netflix del Frankenstein di Guillermo del Toro, analizziamo insieme le principali differenze con il romanzo.

Una scena dal film Netflix, Frankenstein.
Una scena dal film Netflix, Frankenstein.

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Frankenstein o Il Moderno Prometeo è il titolo del romanzo gotico di Mary Shelley, pioniere della letteratura fantascientifica, pubblicato nel 1818 e diventato un capolavoro del romanticismo inglese. Adattato sul piccolo e grande schermo innumerevoli volte, Frankenstein è sempre stato il sogno tanto agognato dal regista messicano Guillermo del Toro.

Lui, che nella sua filmografia ha sempre descritto i mostri come creature gentili e dotate di un'anima propria, che ha dato vita e speranza agli esseri più screditati facendoci comprendere che il vero pericolo forse siamo noi, non poteva certo esimersi dal rappresentare il Mostro o meglio la Creatura per eccellenza, quella frutto della mente di Shelley. Naturalmente l'ha riportata in vita in un modo tutto suo, realizzando un progetto che è la summa dei suoi film precedenti e dei valori cui si è sempre fatto portavoce. Non un horror, ma un racconto d'amore e di solitudine.

Ora, il suo Frankenstein è vostro, disponibile da oggi su Netflix. Ma cerchiamo di capire quelle che sono le principali differenze tra il romanzo e la versione cinematografica di del Toro (trovate qui la recensione).

Una scena dal film Netflix, Frankenstein.

Cornice narrativa, Pretorius e Elizabeth

Partiamo dalla prima e sostanziale differenza che risiede nella scelta narrativa. Il romanzo di Mary Shelley ha una struttura epistolare in cui è il capitano Walton a raccontare la storia dello scienziato Victor. Nel Frankenstein di del Toro abbiamo una tripartizione del racconto: prima la storia dal punto di vista di Victor, poi dal punto di vista della Creatura e, infine, un epilogo comune in cui risiede la differenza più sostanziale rispetto al romanzo.

Prima di arrivare però subito alla conclusione dell’opera (letteraria e cinematografica), procediamo sottolineando le altre caratteristiche. Per quanto riguarda i personaggi, il regista messicano introduce il Dottor Pretorius, interpretato da Christoph Waltz, totalmente assente nel romanzo ma apparso per la prima volta ne La sposa di Frankenstein di James Whale del ‘35. Pretorius rappresenta un personaggio oscuro, spinto dall’ambizione e dal desiderio di potere, che vuole la Creatura solo per i suoi interessi e che incarna quel potere che del Toro cerca di combattere nelle sue pellicole.

Una scena dal film, Frankenstein.

Altrettanto complessa è la figura di Elizabeth. Nel libro è una figura materna e quasi domestica, imparentata con Victor e sua promessa sposa. Del Toro affida il ruolo ad una Mia Goth estremamente eterea, dedita alla scienza e affascinata dalla Creatura, anzi affine ad essa in quanto entrambi sono soli e spaesati alla ricerca continua di amore. E così anche la sua fine è diversa: nel libro la uccide la Creatura, nel film muore colpita per sbaglio da Victor.

Victor Frankenstein e la sua Creatura: la rilettura del rapporto

La penna di Shelley descrive la creazione di Victor come un momento in cui lo scienziato si trasforma in un Moderno Prometeo, dando alla luce un nuovo essere e giocando a fare Dio. Uno dei temi fondamentali è, infatti, la hybris, propria di Victor che sceglie di andare oltre le colonne d’Ercole per scorgere i segreti umani. Nel film Netflix, del Toro aggiunge, come sua consuetudine, maggiore profondità e umanità ai personaggi, inserendo la creazione in una cornice luttuosa. Victor perde la madre da bambino e vive con una figura di padre-padrone e sceglie l’atto di creare anche per colmare i suoi vuoti affettivi.

Una scena dal film Netflix, Frankenstein.

Se il Victor Frankenstein del romanzo si accorge subito della gravità del suo esperimento e scappa di fronte all’orrore del Mostro, lo scienziato del film vive una fase in cui cerca di studiare ed educare la sua Creatura, vista come un esperimento fallimentare, creando un rapporto paterno che fortifica il motivo dell’abbandono vissuto dalla Creatura.

Jacob Elordi, infatti, umanizza il Mostro, lo rende un figlio abbondato che vaga alla ricerca disperata di un amore, in primis di quello del padre. Una Creatura in grado di provare sentimenti e non mosso soltanto dalla rabbia. E il peccato, dunque, non è più la brama scientifica ma l’abbandono: Victor è colpevole di aver lasciato da solo la sua Creatura. E questo spiega il perché di un finale che in Shelley si concentra sulla vendetta e sull’impossibilità di riunirsi e redimersi, mentre in del Toro rimane aperto, lasciando spazio alla speranza, al perdono e all’amore che non muoiono mai.