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Jay Kelly: spiegazione del finale e significato del film con George Clooney

Jay Kelly tira le somme della sua vita e, soprattutto, della sua persona. Noi, invece, vi spieghiamo il significato dietro il film con George Clooney.

Una scena dal film, Jay Kelly.
Una scena dal film, Jay Kelly.

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Dopo Rumore Bianco (2022), Noah Baumbach torna con Jay Kelly, un road movie nostalgico presentato in anteprima all’82° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia.

Jay Kelly è il classico DIVO e il film ritrae esattamente quello che immaginiamo accadrebbe (o accade) a un divo hollywoodiano con una carriera lunga e di successo alle proprie spalle. E per questo risulta molto credibile.

Passato e presente si intrecciano a intermittenza grazie ai ricordi che prendono vita e che Baumbach, insieme al direttore della fotografia Linus Sandgren (La La Land), ha ricostruito su set reali.

George Clooney e Adam Sandler in una scena di Jay Kelly.

Jay Kelly: di cosa parla l'ultimo film di Noah Baumbach

Jay Kelly (George Clooney) veste i panni di una grande star del cinema, che all’età di 60 anni si trova a fare i conti con il proprio passato e la vita reale.

La morte del regista Peter Schneider (Jim Broadbent), il primo a offrirgli una parte e a credere in lui, e l’incontro fortuito con Timothy (Billy Crudup), un suo ex compagno di recitazione, lo portano a riflettere sulle sue scelte passate, alla ricerca di una qualche conferma e rivendicazione del proprio talento e di consolazione per aver dedicato la sua vita alla sua carriera, trascurando affetti e amicizie.

La nostalgia di un divo solo

Il regista candidato all’Oscar (Il calamaro e la balenaStoria di un matrimonio) sceglie di raccontare un vero e proprio viaggio attraverso la classica crisi di mezza età, che però qui assume contorni nostalgici e intrisi di rimpianti. Una crisi che suona quasi come un’epifania per l’attore… peccato che ormai sia troppo tardi.

Jay mette “in pausa” la sua carriera per rientrare nella propria vita e “pagare” il costo della propria fama, rendendosi conto che le cose davvero importanti hanno bisogno di attenzione sempre. Che non vale inseguirle solo quando ci si rende conto che forse è troppo tardi e si ha paura di perderle.

Le sue figlie, ad esempio. La minore, Daisy (Grace Edwards), vive rassegnata il proprio rapporto con il padre, dal quale ormai non si aspetta più nulla. Jessica (Riley Keough), la maggiore, lo chiama persino per nome, a sottolineare la distanza che ormai caratterizza il loro legame. La rabbia e il rancore per essersi sentita abbandonata non sono risolti e non trovano consolazione nella carriera di successo del divo.

È una ferita, quella di Jay-padre, che non si rimargina e, soprattutto, che Baumbach non vuole far rimarginare. La telefonata con Jessie sul finale è una pura presa di coscienza, da parte di entrambi. Un dialogo schietto, quanto pacifico, che mette definitivamente dei confini tra i due. Jessica ha una sua vita ormai, e “sta bene”. Non si può e non c’è bisogno di recuperare ora il tempo perso.

George Clooney in una scena di Jay Kelly.

Non c’è redenzione per Jay. È responsabile delle proprie scelte e spettatore delle conseguenze. Può solo accettarle. Nella vita reale non esistono più “ciak”, le scene non si possono rifare. Bisogna prendere tutto, assumersi le proprie responsabilità, convivere anche con il dolore e il senso di solitudine.

Quando Jay chiede di “rifare” la scena, si toglie il costume da divo e torna uomo comune. Un uomo che vorrebbe girare le scene sbagliate della propria vita una seconda volta e un uomo che, nel tentativo di rimettere insieme i pezzi, realizza che non è possibile.

L'incontro-scontro tra cinema e vita reale

Noah Baumbach ed Emily Mortimer – la sua prima sceneggiatura di un lungometraggio – scrivono un film che fa incontrare e scontrare cinema e vita reale. È un film che invita – con non troppo vigore – a riflettere sulle priorità della vita. Ma lo fa, forse, con scarsa convinzione.

Mentre con Ron (Adam Sandler) si riesce a empatizzare, si comprendono di più le sue scelte, il motivo alla base della sua devozione – tutt’altro che egoistico e, anzi, guidato da un’amicizia sincera – e soprattutto è evidente il tentativo di esserci, seppur a distanza, per la propria famiglia – Ron infatti segue i propri figli, videochiama il figlio piccolo per raccontargli la favola della buonanotte –, con Jay si fa decisamente più fatica.

L’aspetto veramente apprezzabile è proprio qui, però. Noah Baumbach non tenta di riscattare il proprio “eroe”, non cerca un lieto fine o finte riconciliazioni, ma resta ancorato alla realtà e a dinamiche che gli spettatori vivono in prima persona.

Quando l'amicizia non basta

George Clooney sembra interpretare quasi sé stesso – complice il carosello finale che ripercorre i momenti salienti della sua carriera – ma non al meglio delle sue possibilità.

Adam Sandler non delude, ma forse è un po’ sprecato. Il suo personaggio è quello che si evolve maggiormente, raggiungendo una consapevolezza e una maturità che lo risvegliano da una specie di torpore. Una vita in secondo piano, quasi una totale abnegazione di sé stesso in virtù di un’amicizia a senso unico. Ron si immedesima con il divo, una sorta di suo alter ego famoso, a spese di sacrifici e rinunce che lo lasciano, in parte, a mani vuote.

La famiglia va avanti, i figli crescono, mentre Ron si annulla per il suo “più grande cliente”, per il quale ha vissuto come un doppio e ha perso momenti importanti della propria vita (ironico il parallelismo che rimanda immediatamente all’iconico Cambia la tua vita con un click (2006), in cui, seppur con dinamiche completamente diverse, Adam Sandler vive esattamente lo stesso rammarico).

George Clooney e Adam Sandler in una scena di Jay Kelly.

Quasi un secondo protagonista, Ron è l’unico punto di riferimento per Jay, l’unico che gli è sempre rimasto accanto, con amore e devozione. Molto più di un manager, Ron è per Jay amico, confidente e fan, spronato da sempre da un forte sentimento di amicizia, altro tema centrale nel film. Eppure, il suo sembra un “amore non corrisposto” o, quantomeno, non allo stesso modo.

È un rapporto il loro tutt’altro che alla pari. E mentre Jay insegue continue conferme nel tentativo di liberarsi dai sensi di colpa, si accorge lentamente che tutti lo stanno abbandonando e che anche Ron, per quanto devoto, inizia ad avere altre priorità.

Il confronto sul finale con l’attore Ben Alcock (Patrick Wilson)– altro cliente di Ron – non fa che sottolineare la solitudine che pervade la vita di Jay. Il collega, infatti, arriva al Tuscany Film Festival con un esercito di parenti e familiari a supportarlo in un momento tanto importante come il ritiro del tributo. Jay, invece, è ancora una volta solo.

Jay Kelly: un finale consapevole

Il tributo alla carriera del Tuscany Film Festival, che fa da filo conduttore – e da scusa per Jay – all’intero racconto, è il punto di arrivo, una sorta di traguardo della consapevolezza e del viaggio emotivo che lo ha reso quello che è.

La figura di eroe che si è costruito grazie ad anni di carriera e grandi doti attoriali viene messa in crisi dall’incontro fortuito con Timothy, suo ex compagno di recitazione, che lo accusa di avergli rubato la vita, facendo emergere così sensi di colpa mai affrontati. Timothy annienta quella sicurezza da divo che ha sempre caratterizzato Jay, costringendolo ad affrontare i suoi errori e a ricercare una legittimazione della sua fortuna. Jay ha bisogno di quel tributo, per ricordare a sé stesso che non è stata tutta fortuna e che i suoi sbagli, ad ogni modo, sono serviti a qualcosa.

L’evento celebrativo che tanto voleva rifuggire inizialmente diventa infatti l’escamotage per Baumbach di ammorbidire le colpe del protagonista. Perché mentre Jay riguarda sé stesso sul grande schermo, il pubblico sorride, si commuove, lo applaude, offrendo un nuovo punto di vista. Le scelte fatte, i rapporti sacrificati in virtù della fama, sono serviti a qualcosa. La sua figura e le sue interpretazioni hanno rappresentato un punto di riferimento per generazioni, per il suo pubblico, rendendolo un’icona e un attore che ha lasciato il segno.

George Clooney in Jay Kelly.

La sua vita non è stata solo fallimento. È stata ambizione, sogni, sbagli, ispirazione.

La frase finale, l’ultimo “Posso rifarlo?” di Jay, svela il focus di tutta la storia: Jay è il cinema e le due anime di uomo e attore sono inscindibili. Solo, ora ha una nuova certezza: il cinema concede ciak infiniti, la vita reale no, è solo qui e ora.