Sentimental Value è il nuovo film del regista norvegese Joachim Trier, disponibile nelle sale italiane e fresco di 9 candidature agli Oscar, dopo il Gran Prix Speciale della Giuria a Cannes.
Dopo La persona peggiore del mondo (uno dei più bei film dei nostri decenni) Trier riporta sullo schermo Renate Reinsve e firma un dramma familiare potente e dalla forza distruttiva, alimentato da sguardi, silenzi e respiri, che pesano e gravano come un macigno sul nostro petto.
Sarebbe riduttivo definire Sentimental Value un film: Sentimental Value è un'opera impattante, un'esperienza che va vissuta e interiorizzata, il quadro presente di una situazione attuale, dipinta e afferrata dall'occhio attento di un regista che riporta il cinema scandinavo al suo splendore.
C'è Bergman, c'è Persona, esplicitamente omaggiato, e c'è Freud, con la sua psicanalisi, ma c'è anche il teatro, il metateatro e il metacinema, l'omaggio a Il gabbiano di Čechov così come a Casa di bambole con Nora, il nome della protagonista.
E ancora il collegamento tra l'opera di Ibsen (anch'egli drammaturgo norvegese) e la casa, protagonista ex machina, casa fisica rappresentata dalle mura ma anche casa metaforica, intesa come famiglia.
Sentimental Value è questo e molto altro: è il regalo fatto da Joachim Trier al pubblico, un dono da proteggere, da sentire, da esplorare in una catarsi lenta e costante che vi arriverà dritta al cuore.

Sentimental Value: più di un dramma familiare
Gustav Borg (Stellan Skarsgård) è un noto regista che, dopo 15 anni, decide di ritornare sulle scene con una nuova opera, intima e personale, che sembrerebbe ispirata a sua madre, vittima degli orrori della guerra e morta suicida.
Al funerale di sua moglie, ritorna nella casa che possiede da generazioni, e fa i conti con le sue due figlie, Nora (Renate Reinsve) e Agnes (Inga Ibsdotter). La prima è un'attrice teatrale impeccabile, tanto indipendente quanto fragile e sola, la seconda, un'archivista, con una famiglia accanto.
Gustav, ripiomba nelle loro vite, vite di cui non ha mai fatto parte, vite abbandonate dai tempi del divorzio e lasciate alle spalle, non curante dei traumi causati.
Il regista vorrebbe che Nora interpretasse la protagonista del suo film ma, dopo il rifiuto, si rivolge all'attrice hollywoodiana Rachel Kemp (Elle Fanning) che subito si trasferisce a Oslo per svolgere le riprese (interamente ambientate nella casa di famiglia del regista).

La casa, nonché set, funge da espediente per narrare il passato e così, anche i piccoli oggetti materiali, gli sgabelli o le poltrone, si caricano di significato: la carta da parati trattiene i ricordi, i pianti, le urla e le ferite.
E poi, pur circumnavigando traumi e problemi, questi vengono insaziabilmente a galla: non si può far finta di niente, tentare di andare avanti e tappezzare le ferite con piccoli cerotti, perché il dolore viene da dentro, dai gesti e dagli occhi sensibili dei protagonisti che sono più efficaci delle parole. Gustav fa i conti con la vecchiaia, Nora con la solitudine, entrambi disperati e disperatamente bisognosi di ritrovarsi.
Cosa ci lascia Sentimental Value?
I protagonisti, tutti candidati agli Oscar, sono perfettamente diretti dal regista norvegese, a partire da Renate Reinsve che già avevamo conosciuto con La persona peggiore del mondo.
Poi c'è Elle Fanning, il tocco hollywoodiano, con gli occhi dolci e l'umiltà, Inga Ibsdotter, la cui interpretazione è stata definita da Paul Thomas Anderson come “il vero miglior effetto speciale dell'anno”.
Stellan Skarsgård però è sublime. Lui, svedese, che riceve la sua prima candidatura a 74 anni. Trier gli ha proposto il film della carriera: era l'unico che potesse interpretare un ruolo, quasi autobiografico, con la continua sovrapposizione di livelli metacinematografici.

La regia, pulita, distante ma paradossalmente intima, si sposa con una fotografia fredda, in cui le scene statiche si stagliano in carrellata sullo schermo come dipinti in un museo. È tutto perfettamente bilanciato.
I silenzi e i respiri saziano, gli sguardi trasmettono una malinconia disperata, ma anche la voglia di riprovarci perché l'amore della famiglia è più forte. Poi, quando il sipario si chiude e le luci si spengono, Joachim Trier ci lascia soli, ci abbandona a noi stessi, con l'animo pieno e la speranza di trovare e ritrovare l'amore perduto.

