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Send Help, Recensione: il ritorno all’horror di Sam Raimi

Il regista de La casa sposa il suo ritorno al genere dell’orrore grazie a Send Help, un survivor movie con Rachel McAdams e Dylan O’Brien.

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Contenuto della recensione

C’è un che di contorto nel trovarsi naufragati su un’isola deserta, in balia delle intemperie o delle decisioni prese dal resto del gruppo di sopravvissuti. Una sorta di fato? O più per la precisazione una punizione divina, atta a scagliare la pietra contro i suoi perfidi personaggi?

In passato ci aveva pensato Ruben Östlund con Triangle of Sandness a scatenare la sua follia satirica in uno yacht occupato da persone benestanti che si ritrovano, all’improvviso, spogli dei loro averi e denudati del loro status. Andando ancora più indietro nel tempo un giovane Tom Hanks finì per subire la stessa sorte – in solitaria – in Cast Away, relegandolo su un’isola deserta dopo un incidente aereo per ben quattro anni. Il richiamo alla Robinson Crusoe deve aver attirato anche il regista Sam Raimi il quale, dopo una lunga assenza dal genere dell’orrore, torna al cinema con Send Help con Rachel McAdams e Dylan O’Brien.

Linda Liddle (Rachel McAdams) è un’impiegata operante nel settore “strategia e pianificazione” che si vede sfuggire la tanto bramata promozione dopo che il nuovo capo dell’azienda, il giovane Bradley Preston (Dylan O’Brien) offre tale opportunità al suo amico di confraternita Donovan (Xavier Samuel). A dispetto di quanto previsto dal padre del ragazzo, che aveva assicurato un avanzamento di carriera per la determinata impiegata, il giovane nepo decide di limitare l’indignazione della donna proponendole di unirsi agli altri colleghi uomini per un viaggio lavorativo a Bangkok.

Sfortunatamente, il jet privato su cui viaggiano finisce per imbattersi in una violenta tempesta provocando la rottura del mezzo e il suo, inevitabile, ammaramento. Dalle acque profonde dell’oceano solo Linda e Bradley (ferito a una gamba) riescono a sopravvivere, ritrovandosi all’improvviso sperduti in un’isola deserta.

Un ribaltamento dei ruoli di potere

Quello portato in scena da Sam Raimi è il tipico esempio di come l’aspetto più importante del suo Send Helpnon è tanto l’ambientazione (che non offre niente di già visto) quanto sulle dinamiche di potere dei due protagonisti.

L’intera pellicola si sorregge sulle performance di McAdams e O’Brien, spogliati delle loro identità – in questo caso aziendali – e collocati in una zona neutra dove la fame di potere lascia il posto all’istinto di aggrapparsi a quell’unica valvola di sopravvivenza, ossia la possibilità di poter cooperare pacificamente per poter fuggire il più velocemente possibile da quel posto remoto. Eppure, le intenzioni di Raimi cambiano in continuazione come l’equilibrio precario tra i due personaggi, apparentemente incapaci di lasciarsi alle spalle il passato.

Una scena da Send Help.
Send Help

Un personaggio femminile emblematico

L’audacia sceneggiatura firmata a quattro mani da Damian Shannon e Mark Swift mescola numerosi generi cinematografici attingendo alla commedia nera, al thriller psicologico fino ad arrivare al gore per mezzo di grottesche scene di sangue e vomito. Ed è proprio verso questa discesa all’inferno che prende vita il personaggio di Linda, una donna trascurata e incurante dell’igiene personale – o delle stesse conversazioni imbarazzanti che intrattiene con i colleghi – la cui arguta intelligenza e tenacia la portano a scontrarsi con l’arrogante Bradley, il nuovo giovane CEO, per la quale sembra provare una piacevole – e sottile – attrazione.

Una donna che sembra ritrovare la sua trasformazione definitiva nel momento in cui approda sull’isola, portandola a recuperare quel senso di fiducia in sé stessa sepolta sotto numerosi strati di abiti. Eppure, il personaggio femminile di Raimi non incarna la tipica damigella in pericolo che brama l’aiuto dell’aitante cavaliere, ma un concentrato di figure provenienti dall’immaginario cinematografico dell’orrore.

I riferimenti all’opera Misery non deve morire e, in particolare, al personaggio di Annie Wilkes si intrecciano a quelli della zingara Sylvia Ganush di Drag Me To Hell (la quale, vendicandosi di una donna per aver ceduto alle richieste del capitalismo, le scaglia addosso una maledizione) condensando un tripudio di legami che abbracciano l’eroina – o in questo caso l’antieroina? – dipinta da Raimi in Send Help.

È un lato oscuro il suo che emerge in superficie in alcune occasioni, sebbene in determinate scene l’inevitabile avvicinamento dei due protagonisti induce lo spettatore a ipotizzare la nascita di una possibile storia d’amore. Un film che si erge sulla figura di McAdams, brillante nel suo costante cambiamento camaleontico da goffa dipendente a spietata dominatrice (ed appassionata di Survivor), la cui voglia di rivalsa si abbatte sul potere oramai perso dal suo compagno Bradley, incarnato da un O’Brien capace di dominare la scena grazie alla sua vena caricaturista di uomo sopraffatto dagli eventi.

Dylan O'Brien in Send Help.
Dylan O'Brien

Divertimento e gore

Raimi non perde l’occasione di sposare il suo lato tetro per mezzo di jump scare terrificanti – dato dalla comparsa di una figura spettrale – e corpi sepolti sotto cumoli di sabbia, invitando lo spettatore a prendere posizione in merito alle due fazioni avversarie.

È un ritorno in grande stile che mescola sano divertimento a visioni stravaganti, una sorta di parabola che mantiene l’attenzione grazie alla sua capacità di cambiare registro, puntando a una prima parte di introduzione a una seconda condensata da tinte più oscure. Un’occasione che vede al timone anche il compositore Danny Elfman, la cui intensità emotiva si sposa con l’egregia fotografia pulita e nitida di Bill Pope. Uno scatto che immortala per l’ultima volta un’isola e i suoi, terribili segreti.

Voto dell'Autore
8/10
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Recensione Editoriale di Sonia Modonesi, con in tasca una doppia laurea in comunicazione e spettacolo, scrivo di film (e serie tv) con gli occhi di una studiosa ma con il cuore da spettatrice.

Send Help

Il regista Sam Raimi torna al genere che più l'ha reso famoso grazie a un survivor movie che pone l'accento non sull'ambientazione (già ampiamente sfruttata in passato) quanto sulle dinamiche dei personaggi e quella linea sottile che diviene il potere che detengono. Un film che si sorregge grazie alle interpretazioni di Rachel McAdams e Dylan O'Brien nonché sui cambi di registri effettuati dal regista, la cui intuizione sta nel dosare un sano divertimento con un gore che trabocca di scene grottesche.