Adattare un romanzo per il grande schermo non è mai semplice, soprattutto quando è necessario ridurre il materiale narrativo di partenza. Proprio per questo motivo, il regista Brian Duffield ha coinvolto nella fase di sceneggiatura l’autore del manoscritto, Daniel Kraus, che ha contribuito a mantenere il più possibile fedele il lungometraggio alla propria visione.
E in un certo senso, Whalefall - Nella balena rispecchia quanto raccontato nelle pagine del libro, sebbene alcune modifiche si siano rese necessarie per mantenere un ritmo coinvolgente e serrato. Il cuore pulsante della storia rimane intatto, così come il senso di angoscia e claustrofobia che accompagna il protagonista nella sua disperata lotta per la sopravvivenza.
Tuttavia, il passaggio dalla pagina allo schermo ha richiesto alcuni compromessi, soprattutto nella gestione dei tempi narrativi e nell’approfondimento di determinati aspetti della vicenda. Se nel romanzo Daniel Kraus può concedersi più spazio per esplorare i pensieri del protagonista e il peso emotivo dei suoi ricordi, il film deve necessariamente trovare un equilibrio tra introspezione e tensione visiva, affidandosi alle immagini per restituire sensazioni che sulla carta vengono descritte attraverso le parole.
È proprio in questo passaggio che emergono le differenze più interessanti tra le due versioni. L’adattamento di Brian Duffield non si limita infatti a condensare gli eventi del libro, ma cerca di tradurne l’essenza attraverso un ritmo più serrato e una costruzione della suspense pensata per il grande schermo. Alcuni elementi vengono inevitabilmente ridimensionati, mentre altri acquistano maggiore rilevanza nel tentativo di rendere l’esperienza del protagonista ancora più immediata e viscerale.
Le differenze, dunque, non riguardano soltanto ciò che è stato tagliato o modificato, ma soprattutto il modo in cui la storia viene raccontata. Il romanzo e il film condividono la medesima premessa e il medesimo nucleo emotivo, ma percorrono strade in parte diverse per accompagnare il pubblico attraverso un’esperienza in cui la lotta per la sopravvivenza si intreccia con il confronto con il proprio passato.
Un romanzo introspettivo e ricco di pensieri
Ciò che rende il romanzo Whalefall unico nel suo genere è in modo in cui viene narrata la storia: si tratta di una lettura introspettiva nella quale emergono i pensieri e le emozioni provate da Jay Gardiner prima e dopo la morte del padre, il grande sommozzatore Mitt. È un libro travolgente capace di condensare al suo interno un insieme di generi che spaziano dal romanzo di formazione all’avventura, fino a toccare elementi biblici e mitologici.
È proprio attraverso il suo modo di pensare che il romanzo prende vita: Whalefall è così impostato sulla voce di un diciasettenne, Jay, il cui senso di colpa lo travolge come un fiume in piena dopo la scoperta della morte del padre, morto suicida dopo essersi lasciato travolgere dalle onde che lo vedevano protagonista delle sue immersioni.
Un uomo esemplare visto da fuori, una sorta di eroe dell’oceano, venerato da tutti e capace di dare sempre una mano ai subacquei più imprudenti. Eppure, all’interno delle mura domestiche, Mitt era un uomo alcolizzato incapace di tenersi un lavoro per un lungo periodo di tempo, che riversava le sue frustrazioni sull’unico figlio maschio, a sua detta troppo diverso e lontano dal suo modo di essere.

E proprio per aver abbandonato il padre nel momento del bisogno, allontanandosi da quella famiglia e lasciando la madre e le due sorelle maggiori a prendersi cura del padre morente, che Jay sente di non aver chiuso un cerchio. La disperazione di non aver accettato la sua morte lo induce a fare un’ultima immersione, il cui scopo risiede nel ritrovare i resti del suo corpo per riportarli alla sua famiglia.
Tramutare i pensieri in immagini visive è una delle prime differenze del film di Duffield. Nell’opera, infatti, il punto focale è riuscire a trasmettere le sensazioni provate dal protagonista per mezzo della messa in scena, cercando di calibrare per mezzo dell’azione i momenti più salienti del romanzo.
È così che trovano spazio i momenti drammatici, quelli che vedono Jay rifiutare di leggere l’ultima lettera del padre o di andare al cimitero, fino ad arrivare ai momenti più tesi, quelli che lo vedono inghiottito nel ventre del capodoglio. La sfida più grande, quindi, consiste nel riuscire a trasmettere per mezzo delle immagini il tumulto interiore di Jay Gardiner, specie se si tiene conto dello spazio ristretto dove la maggior parte del film è ambientato.
Whalefall e l'uso dei flashback
Un’altra grande differenza la si può rintracciare nel modo in cui è suddiviso il romanzo: Daniel Kraus suddivide la sua opera in due forme temporali, passato e presente, permettendo al lettore di capire il legame complicato che vede protagonisti Jay e il padre Mitt. L’uso dei flashback è la parte più importanti all’interno del racconto, la cui forma e lunghezza variano molto nel momento in cui il protagonista si ritrova nel ventre del capodoglio, e quindi confinato in uno spazio ristretto a riflettere sull’assenza del padre.

Un elemento, quello dei flashback, riscontrabile anche nel film di 20th Century Studios, sebbene il taglio sia più che evidente. Se il romanzo ne conta almeno una cinquantina, tale passaggio non poteva avvenire anche nella forma cinematografica, tanto da condurre il cineasta (e lo stesso scrittore) a snellire il corpo della sceneggiatura, impostando solo i flashback più significativi. Una sorta di tagli e cuci che non impedisce allo spettatore di capire il cuore del film e lo stato d’animo di Jay.
