Nel mondo del cinema, e prima ancora nella letteratura, si è sempre narrata la lotta tra l’uomo e la natura. Ma cosa si nasconde davvero dietro questo scontro? E quanto del mostro che crediamo di vedere appartiene, in realtà, a noi stessi?
Da Moby Dick a Lo squalo, i mostri marini non rappresentano soltanto una minaccia da sconfiggere: diventano il bersaglio su cui l’essere umano proietta le proprie ossessioni, le proprie paure e le angosce più intime. Achab trasforma la balena nel centro di una vendetta che finisce per consumarlo, mentre lo squalo di Spielberg assume significati diversi a seconda di chi si trova ad affrontarlo: per Brody incarna la paura del mare, per Quint si intreccia con i fantasmi di un passato che continua a tormentarlo. La creatura marina finisce così per raccontare qualcosa che va oltre la propria natura, diventando lo specchio di chi le dà la caccia.
Eppure, il rapporto tra l’uomo e questi predatori non si esaurisce nella paura e nell’ossessione. Nel corso del tempo, il cinema ha esplorato anche un’altra possibilità: quella in cui il confronto con la creatura diventa un percorso interiore, un’occasione per misurarsi con i propri limiti e affrontare ciò da cui si è sempre cercato di fuggire. Il mostro non è più soltanto una minaccia esterna, ma diventa parte di un’esperienza capace di mettere in discussione le certezze dell’individuo e il modo stesso in cui guarda a sé.
La creatura marina assume così una funzione diversa: una sorta di terapia d’urto, attraverso cui la lotta per la sopravvivenza può trasformarsi in un confronto con la propria interiorità
È in questa prospettiva che si inserisce Whalefall - Nella balena, diretto da Brian Duffield e attualmente nelle sale cinematografiche italiane per 20th Century Studios.
Whalefall - Il peso di un passato irrisolto
Un ragazzo finisce risucchiato nel ventre di un capodoglio mentre è alla ricerca del padre. Una premessa che richiama inevitabilmente il celebre Pinocchio di Carlo Collodi, il cui burattino finisce nella pancia di un pescecane nel tentativo di ricongiungersi a Geppetto. Se nella fiaba questo incontro assume i contorni di un’avventura fantastica, in Whalefall - Nella balena la stessa immagine si carica di un significato ben più doloroso.
Jay è alla ricerca dei resti del padre, morto suicida un anno prima, ma il suo viaggio affonda le radici in un rapporto segnato dall’incomprensione e dal senso di inadeguatezza. Incapace di trovare un dialogo con lui e soprattutto dal peso della malattia, il giovane si era allontanato proprio nel momento in cui la sua presenza sarebbe stata più importante. Un distacco che, dopo la morte del padre, si trasforma in un senso di colpa dal quale sembra impossibile liberarsi.

L'oceano del dolore
Lo sciabordio delle onde introduce lo spettatore all’interno della scena. Un suono dolce, spezzato dal sopraggiungere della tosse di un uomo: un rumore sgradevole che lo spinge ad alzarsi dalla barca, a infilarsi una cintura con dei pesi e a tuffarsi nelle profondità oceaniche, lasciandosi alle spalle l’amico singhiozzante.
Cambio scena. La macchina da presa inquadra ora un giovane ragazzo seduto in macchina, in attesa della madre, ferma davanti alla tomba del marito. È così che Whalefall - Nella balena apre la sua messa in scena: attraverso una cornice fortemente drammatica, ripresa anche dalla fotografia di Aaron Morton, caratterizzata da una graduazione fredda che restituisce il dolore vivido della famiglia Gardiner.
Un dolore, insieme a un senso di colpa, da cui il giovane Jay fatica a liberarsi. Il ragazzo ha sempre vissuto sotto la pressione degli insegnamenti severi del padre Mitt, dai quali si è progressivamente allontanato, tanto fisicamente quanto mentalmente. Almeno fino al suo ritorno.

Nel cuore del gigante
È proprio nella vastità dell’oceano che l’azione prende vita. La culla del mistero, la soglia dell’assoluto, dove lo sguardo umano si perde e il cielo si confonde con l’abisso, ma anche il luogo in cui sembra risiede l’anima del padre di Jay, morto suicida e il cui corpo non è mai stato ritrovato.
Uno spazio infinito, in cui le nostre paure finiscono per prendere forma davanti ai nostri occhi. È attraverso questa immagine che il regista Duffield contrappone la ricerca del corpo perduto all’elaborazione del lutto da parte di Jay. Un confine apparentemente invalicabile che si restringe sempre di più man mano che il ragazzo sprofonda negli abissi, fino a ritrovarsi davanti a un vecchio capodoglio intento nella caccia.
E proprio come in passato, sopraffatto dalla paura, Jay finisce per essere inghiottito dalla sua ansia e dal proprio terrore, sprofondando in uno spazio angusto: nel cuore del Gigante del mare.
Il ventre della balena: una prigione interiore
È proprio attraverso la scelta stilistica di concentrare l’intera azione all’interno di uno spazio ristretto e soffocante che Whalefall - Nella balena porta all’estremo la dimensione psicologica di Jay. Prima ancora di configurarsi come un survival movie, il film si presenta agli occhi dello spettatore come una potente metafora della rinascita, della guarigione e del perdono. La lotta che il protagonista è costretto ad affrontare per uscire dalla balena, prima che si esaurisca l’ossigeno della bombola, diventa così qualcosa che va oltre la semplice sopravvivenza.
È proprio nel ventre del capodoglio che Jay si ritrova faccia a faccia con le proprie emozioni e con quei pensieri disturbanti che finiscono per sfiancarlo, fino a fargli perdere il controllo. Una condizione estrema, quello di essere divorato vivo, che innesca una serie di flashback attraverso cui lo spettatore viene catapultato nel passato. È qui che il fragile rapporto fra Mitt e Jay prende forma attraverso un’istruzione rigida, volta a far insegnare al figlio i pericoli, ma anche le meraviglie dall’oceano e della vita stessa.
La claustrofobia del presente costringe così Jay a fare i conti con un passato che non ha mai elaborato e dal quale fatica ancora a liberarsi.

Il mostro come specchio, l'abisso come rinascita
La forza di Whalefall - Nella balena sta proprio nella capacità di tradurre il percorso psicologico di Jay attraverso le immagini. Sono loro, infatti, a dialogare con lo spettatore, trasmettendo paura, disperazione, accettazione e assoluzione, prima ancora delle parole, poco presenti quando Jay si ritrova nel ventre del capodoglio.
E forse l’intuizione del regista sta anche nella scelta di introdurre i personaggi poco alla volta. È nelle scene più disperate che si rivela il corpo tatuato di Josh Brolin, una figura quasi mitologica, segnata da un passato che riaffiora nelle cicatrici della sua pelle. Un padre che desidera soltanto il meglio per il figlio, lasciandogli un’impronta indelebile, destinata a rimanere come ultimo ricordo.
Un film che parla per similitudini e che vede nella pancia del capodoglio il luogo della rinascita di Jay, una seconda possibilità che lo porta a prendere consapevolezza delle proprie capacità. Un’opera costruita attorno alla figura di Austin Abrams, ai continui primi piani sul suo volto e a una colonna sonora che alterna tensione e libertà.
Whalefall - Nella balena è un’opera che osa raccontare la rinascita attraverso il dolore, ricordandoci che non sempre è possibile cambiare il passato, ma che possiamo imparare a guardarlo senza lasciarcene divorare. Nel ventre di un gigante, Jay ritrova così ciò che credeva di aver perduto: non suo padre, ma la possibilità di fare finalmente pace con lui e, soprattutto, con sé stesso.

