L'83ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia ha visto il ritorno in grande stile di Werner Herzog nel concorso principale con Bucking Fastard, un'opera di finzione estremamente che attesa che sarebbe dovuta essere presentata in realtà lo scorso maggio al 79º Festival di Cannes, ma che Herzog ha ritirato quando gli è stato rifiutato il concorso.
Qui il cineasta tedesco dirige un cast d'eccezione guidato dalle sorelle Rooney e Kate Mara per la prima volta insieme, Domhnall Gleeson e un incisivo Orlando Bloom nonostante il breve screen time. Con questa pellicola completa anche un percorso teorico straordinario, concependo il lavoro come il tassello finale di un ideale "trittico operistico" che si affianca alle sue pietre miliari Fitzcarraldo e Grizzly Man.
Se nei capitoli precedenti l'ossessione del singolo si scontra con l'imponenza selvaggia della natura e con la follia di superare limiti geografici ed esistenziali, qui la sfida titanica si sposta sul piano dell'identità: le protagoniste tentano di affermare il proprio sentimento e la propria unicità all'interno di un contesto sociale incapace di comprenderle.
L'arte della sincronia: le sorelle Mara all'unisono tra aule giudiziarie e un viaggio di scoperta
La trama segue due sorelle interpretate tanto magistralmente quanto inquietantemente dalle sorelle Mara che parlano all'unisono e vivono in simbiosi, si innamorano dello stesso uomo difendendo la loro tesi in tribunale fino a scappare ritrovandosi sole in un viaggio alla scoperta di se stesse e del senso della vita, tra la speranza di trovare l'amore e la difficoltà di dividersi.
La sequenza d'apertura così come tutta la prima parte di Bucking Fastard si impone per una carica di freschezza, ironia e intelligenza visiva capaci di reinventare le regole classiche del dramma giudiziario. Infatti, è ambientata durante una causa per stalking che vede imputate le sorelle Jean e Joan Holbrooke surreale e divertentissima, arricchita dall'interpretazione di Orlando Bloom che veste i panni di una figura legale istrionica, trasformando l'aula di tribunale in un vero palcoscenico per i suoi duelli verbali.
Il cuore pulsante della scena è però affidato a Kate e Rooney Mara: la loro prova recitativa è un autentico prodigio di affiatamento ed equilibrio. Interpretando due sorelle che parlano in un costante, spiazzante e perfetto unisono, le due attrici modulano voce, pause ed espressività come se appartenessero a un unico centro nervoso. Questa trovata non si limita a divertire, ma regala al primo atto un ritmo incalzante e una vivacità formale che conquista immediatamente chi guarda.

Bucking Fastard: lo smarrimento del viaggio e l'ostinata ricerca dell'amore
Dopo la brillantezza dell'avvio, Bucking Fastard abbandona la cornice del processo per calarsi in una dimensione on the road che cambia radicalmente le carte in tavola. Nella sua fase centrale la pellicola tende a sovraccaricarsi di avvenimenti e incontri, una scelta che deliberatamente strania e confonde il pubblico. Le sorelle si trovano costrette a fuggire e ad attraversare un mondo ostile, popolato da figure ambigue che cercano continuamente di manipolarle o di trarre vantaggio dal loro legame indissolubile.
Nonostante il racconto si faccia più fitto e caotico, il messaggio di Herzog emerge con una chiarezza disarmante: il viaggio delle protagoniste è la storia di due anime congiunte che non possono né sanno separarsi, ma che continuano a inseguire l'amore con pervicacia. La loro non è una semplice fuga, bensì un disperato tentativo di trovare un senso d'appartenenza e di conquistarne un proprio spazio nel mondo.

L'enigma di Cupido, l'omaggio a Lynch e lo sguardo del documentario
A guidare il percorso delle sorelle fino alle battute conclusive del film interviene la presenza simbolica di una volpe chiamata Cupido. L'animale assurge a metafora concettuale fondamentale, facendosi schermo visivo della speranza, dell'universo dei sogni e della tenacia necessaria a proseguire anche quando tutto sembra crollare.
L'intera opera è impreziosita da una sentita dedica al maestro David Lynch, il cui spirito aleggia nelle atmosfere rarefatte, nei dettagli bizzarri e nei leggeri scarti surreali che punteggiano la narrazione. Al contempo, emerge la natura tipicamente herzogiana del film: l'impostazione visiva attinge a piene mani dal linguaggio del documentario, che da sempre costituisce l'ossatura del cinema del regista. È proprio questo sguardo quasi etnografico e distaccato sulla realtà a trasformare una vicenda intima e straniante in una riflessione universale sulla condizione umana.


