L’attesissima e già acclamata pellicola diretta da Josh Safdie, Marty Supreme (trovate qui la nostra recensione), affonda le sue radici e trae ispirazione da una storia vera: quella di Marty Reisman, un’icona del ping pong che ha segnato la storia sportiva e culturale dell’ambiente newyorkese, trasformando il tennis da tavolo in un’estensione della sua personalità eccentrica.
La storia e l’ascesa di Marty Reisman, l'uomo dietro Marty Supreme
La sua formazione non è avvenuta all’interno di circoli esclusivi o sotto la guida di allenatori federali, ma si è sviluppata tra l’asfalto e i parchi di New York, in un contesto in cui il ping pong era anche uno strumento per guadagnare qualche dollaro attraverso le scommesse. In questi ambienti informali, Reisman ha affinato uno stile di gioco inizialmente “sporco” e decisamente poco ortodosso, plasmato proprio dal clima dei match clandestini.

Ed è proprio questa genesi spontanea e il suo spirito anarchico che Josh Safdie ha deciso di portare sul grande schermo: un talento purissimo cresciuto ai margini, capace di imporsi non solo per la tecnica, ma anche per una resilienza e una sfrontatezza tipiche di chi ha imparato a vincere senza avere nulla da perdere.
Il mito oltre il tavolo: una carriera tra spettacolo e provocazione
La vera particolarità di Reisman, che lo rende un soggetto perfetto per l’interpretazione di Timothée Chalamet—performance che gli è valsa anche la nomination come Miglior Attore Protagonista—risiede nella sua longevità agonistica e nella sua capacità di intrattenere il pubblico. I suoi traguardi più prestigiosi sono arrivati in età adulta, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, periodo in cui ha vinto diversi titoli nazionali, dimostrando una supremazia tattica che spesso metteva in ombra la freschezza atletica di avversari molto più giovani.
Tuttavia, definire Reisman solo un atleta sarebbe riduttivo: fu abilissimo nel “vendere” e comunicare il proprio personaggio attraverso una personalità carismatica; fu autore di libri e commentatore, capace di mescolare la competizione sportiva con una vena istrionica e provocatoria.

In Marty Supreme, però, Josh Safdie sceglie di non seguire la struttura dei classici biopic, preferendo invece romanzare la figura di Reisman per esaltarne il lato più umano, la sua spregiudicatezza e il suo vivere costantemente in bilico sul filo di un rasoio. Quella di Reisman è stata una vita dedicata alla costruzione di un’immagine che andava oltre il semplice colpo di racchetta, trasformando il successo tardivo in una celebrazione dell’individualismo e del genio non convenzionale.
La sceneggiatura originale, tra l’altro, è stata anch’essa candidata ai prossimi Premi Oscar, insieme ad altre otto nomination.
