Si chiama sharksploitation: è il sottogenere cinematografico che ha per protagonisti gli squali e i loro attacchi, nato a metà degli anni Settanta sull’onda del successo de Lo squalo di Steven Spielberg. Dopo aver progressivamente esaurito la propria spinta creativa sul finire degli anni Ottanta, ritrova nuova linfa grazie a Renny Harlin, che nel 1999 firma Blu Profondo, riportando gli squali al centro dell’immaginario collettivo e conquistando il botteghino. Ventisei anni dopo, e dopo l’ennesima ondata di pellicole dedicate al predatore marino per eccellenza, il regista torna sull’argomento con Deep Water – Incubo dagli abissi, un film che non solo non aggiunge nulla di nuovo, ma finisce per evidenziarne tutti i limiti, rivelandosi un prodotto piatto e dimenticabile.
Deep Water - Incubo dagli abissi: di cosa parla?
Sul volo internazionale da Los Angeles a Shanghai, il capitano Rich (Ben Kingsley) e il primo ufficiale Ben (Aaron Eckhart) si ritrovano costretti a effettuare un atterraggio d’emergenza nel bel mezzo dell’oceano a causa di un incendio scoppiato nella stiva dell’aereo. I pochi sopravvissuti all’impatto sono costretti a rifugiarsi nei resti del velivolo, rimasto incagliato sulla barriera corallina. In attesa dei soccorsi, devono fare i conti con un ulteriore minaccia: gli squali che infestano le acque circostanti.
Un survival movie poco originale
Agli appassionati del filone, però, questa premessa suonerà tutt’altro che originale. Lo scorso anno è infatti arrivato sulle piattaforme streaming No Way Up - Senza via d’uscita, survival che metteva in scena un incidente aereo, un velivolo inabissato e un manipolo di sopravvissuti costretti a vedersela con gli squali. Le somiglianze con Deep Water - Incubo dagli abissi sono fin troppo evidenti e, anziché cercare una strada personale, il nuovo lavoro di Renny Harlin sembra limitarsi a ripercorrere un percorso già battuto.

La pellicola di Harlin si prende il suo tempo prima di introdurre lo squalo, che compare soltanto a metà film, costruendo l’intero primo atto attorno al disastro aereo e al successivo ammaraggio. Una scelta che, almeno inizialmente, si rivela azzeccata: la lunga sequenza dell’incidente è messa in scena con buon ritmo e riesce a trasmettere un concreto senso di pericolo, tanto da far sentire lo spettatore coinvolto nell’emergenza, pur concedendosi qualche inevitabile licenza spettacolare.
Lo stesso non si può dire dei personaggi, introdotti durante questa prima parte ma mai realmente approfonditi. Il film accenna a qualche vicenda personale - come il rapporto tra il vicecomandante e il figlio gravemente malato - senza però svilupparla, limitandosi a delineare figure che rientrano puntualmente nei cliché del genere: l’antipatico destinato a mettere in pericolo il gruppo, l’anziana dal cuore d’oro, la bambina alle prese con una famiglia ricomposta, il ragazzo che cerca di conquistare l’assistente di volo e l’uomo responsabile dell’incendio che ha causato l’emergenza. Personaggi funzionali alla storia, ma privi dello spessore necessario per creare un reale coinvolgimento emotivo.
L’ingresso in scena degli squali, tuttavia, segna anche il momento in cui Deep Water – Incubi dagli abissi mostra tutti i suoi limiti. L’unico elemento vagamente insolito è la scelta di sostituire il consueto squalo bianco con alcuni esemplari di squalo mako, una variazione che, nei fatti, non produce alcuna differenza sul piano narrativo. A penalizzare maggiormente il film è invece la realizzazione digitale dei predatori: la CGI è poco convincente e, probabilmente anche per mascherarne i limiti, Harlin evita spesso di mostrarli chiaramente. Quando entrano in azione, gli squali appaiono artificiali, privi di peso e di fisicità, incapaci di trasmettere quel senso di minaccia che dovrebbe essere il cuore di un’opera di questo tipo.

Il risultato è paradossale: la vera suspense si concentra nella prima parte, durante la sequenza dell’incidente aereo e dell’ammaraggio, mentre la seconda metà, quella che dovrebbe rappresentare il cuore del film, fatica a coinvolgere. Gli attacchi degli squali procedono secondo dinamiche già viste, privi di sorprese e di una reale capacità di generare ansia nello spettatore. La sceneggiatura segue infatti un percorso prevedibile, rendendo facilmente intuibile il destino dei vari personaggi, mentre alcuni di loro vengono eliminati in modo frettoloso, semplicemente scomparendo dalla narrazione senza che il film si preoccupi di mostrarne la sorte.
Anche il cast non viene valorizzato come dovrebbe. Aaron Eckhart interpreta il primo ufficiale impegnato a salvare i superstiti, ma il suo personaggio rimane poco approfondito e l’attore sembra limitarsi all’essenziale. È quasi ironico pensare che Eckhart risulti più convincente in Sully, dove vestiva i panni del primo ufficiale in un altro film incentrato su un drammatico ammaraggio. Ancora più discutibile è l’impiego di Ben Kingsley, relegato a una presenza marginale nonostante il calibro dell’interprete: una partecipazione che sembra più un’occasione per aggiungere prestigio al cast che una vera necessità narrativa.
L’epilogo non fa altro che confermare l’impressione generale: una conclusione prevedibile e priva di qualsiasi sorpresa, perfettamente in linea con un film che sembra non avere mai trovato una propria identità.
Sharksploitation: è arrivato il momento di prendersi una pausa?
A questo punto viene spontaneo chiedersi se non sia arrivato il momento di concedere una pausa allo sharksploitation. Dopo decenni di pellicole dedicate ai predatori marini, forse il genere avrebbe bisogno di prendere le distanze dai propri schemi e tornare sul grande schermo solo con idee realmente capaci di sorprendere. Perché, se anche un regista come Renny Harlin, che aveva contribuito a rilanciare il filone con Blu profondo, finisce per proporre un prodotto così derivativo e poco curato, il problema non sono più gli squali: sono le storie che continuiamo a raccontare su di loro.

