Chi era Gerda Taro? La ricostruzione di questo personaggio avviene all’interno del film biografico La ragazza con la Leica, opera diretta da Alina Marazzi e presentata in anteprima come lungometraggio d’apertura nella sezione Orizzonti dell'83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Uno sguardo profondo che lega insieme una regia dinamica e variegata, proprio come la fotoreporter protagonista della storia, che ha fatto della fotografia l’unico strumento di lotta e libertà: quella stessa libertà che le è stata tolta su un campo di battaglia.
È uno sguardo che oscilla tra passato e presente, un’immagine sbiadita che pone al centro dell’inquadratura una donna dal vestito rosso. Non servono descrizioni né spiegazioni per capire che è lei la protagonista del racconto, l’unica a distinguersi dalla massa per il suo modo "provocante" di vestirsi e per la sua energia, quella determinazione che la porta continuamente sui campi di battaglia per immortalare la resistenza, la lotta, ma anche l’avanzare di una guerra che sembra non conoscere battute d’arresto.
Tra finzione e documento
La forza de La ragazza con la Leica sta anche e soprattutto nella sua messinscena: tratto dall’omonimo romanzo del 2017 di Helena Janeczek, il film dimostra un forte sperimentalismo visivo, alternando con audacia diversi tipi di inquadrature – dall’utilizzo del mascherino circolare alle immagini d’archivio, passando per le inquadrature dinamiche in Super 8 e l’effetto scia - e restituendo così la vitalità e l’urgenza espressiva di Taro, con l’obiettivo di trasformare il movimento in pura emozione visiva, racchiusa nel formato 4:3.
Il continuo dialogo tra materiali e linguaggi rende il confine tra finzione e documento sempre più sottile: le immagini d’archivio interrompono la ricostruzione cinematografica e riportano lo spettatore dentro la realtà storica in cui Taro ha vissuto e combattuto. Il passato riemerge così attraverso fotografie e immagini che sembrano restituire alla protagonista una dimensione concreta, quasi tangibile. È proprio in questo spazio sospeso tra memoria e immaginazione che il film prova a ricostruire non soltanto la fotografa, ma anche la donna che si nasconde dietro l’obiettivo.
La donna oltre la fotografa
La ragazza con la Leica riportava immagini di guerra e della resistenza, quasi nel tentativo di sopravvivere alla morte attraverso i suoi scatti. Inseguiva i suoi obiettivi e vedeva nella guerriglia l’unica arma per difendere i propri ideali. Eppure, nel film di Marazzi, Gerda Taro viene dipinta anche come una donna coraggiosa, determinata e profondamente legata alle proprie convinzioni, oltre l’immagine della fotoreporter che ha scelto di raccontare la guerra attraverso il suo obiettivo.
Il film si sofferma infatti sulle amicizie che hanno attraversato la sua vita, in particolare quella con Ruth, interpretata da Luna Wedler, e sulle relazioni tessute con gli uomini, soprattutto quella con Robert Capa (Aaron Altaras). Anche nei rapporti sentimentali emerge il desiderio di Gerda di non lasciarsi definire da un legame: non vuole sposarsi, non vuole rinunciare alla propria indipendenza, perché la libertà rimane il centro della sua esistenza. Una libertà cercata tanto nella lotta politica quanto nelle scelte personali, nel tentativo di costruire un’identità che non dipenda da nessuno.

Una figura ancora sfuggente
Da una parte il film sembra riuscire a mettere a fuoco questa donna, attraverso le sue lotte, i suoi ideali e il desiderio di raccontare ciò che accade interno a lei; dall’altra, Gerda rimane una figura fugace, quasi sfuggente, come se di lei riuscissimo a conoscere soltanto una piccola parte. È forse proprio questa la sensazione che lascia il racconto di Marazzi: quella di una donna impossibile da racchiudere completamente dentro un’unica immagine.
Quella di Emilia Schüle è certamente una buona prova, capace di catapultare lo spettatore negli anni Trenta e di restituire l’energia di una donna che si trova a lottare non soltanto per sé stessa, ma anche per gli altri. Gerda vuole mostrare al mondo ciò che si nasconde dietro la guerra, portare alla luce le sue contraddizioni e le sue atrocità. Vuole fare la Storia, ma soprattutto vuole raccontarla mentre accade, attraverso il suo obiettivo, anche a costo di rimetterci la propria vita.
La ragazza con la Leica diventa così il ritratto di una libertà cercata fino all’ultimo attraverso una macchina fotografica capace di trasformare lo sguardo in testimonianza. Marazzi restituisce una figura che continua a sfuggire, ma proprio per questo rimane viva, sospesa tra ciò che sappiamo di lei e tutto quello che le immagini non sono riuscite a raccontare. Perché Gerda Taro non è soltanto la ragazza con la Leica: è una donna che ha scelto di guardare la Storia negli occhi, anche quando quello sguardo poteva costarle la vita.


