Ultimamente le sale italiane sono state invase dagli spettatori: da una parte Il diavolo veste Prada 2, uscito questa settimana e forte del successo del primo film più di 15 anni fa, dall'altra Michael, uscito il 22 aprile e forte invece dell'affetto dei fan per il Re del Pop, Michael Jackson.
La pellicola ha sicuramente un fortissimo effetto sui fan, grazie alle numerose hit presenti, ma presenta anche numerosi problemi tipici dei biopic a livello narrativo.

Produzione
La lavorazione di Michael è iniziata nel 2019, con Lionsgate che è subentrata nella produzione durante il 2022.
Dopo una lunga ricerca per il protagonista è stato scelto il nipote di Michael Jackson stesso, Jaafar Jackson, figlio del fratello della star: la prova interpretativa è senz'altro positiva come anche quella di Colman Domingo nei panni del padre di Michael e di Juliano Krue Valdi, l'attore bambino che interpreta Michael da piccolo; le movenze e le coreografie in particolare sono ottime.
Michael e i problemi da biopic
Gli sceneggiatori di Michael hanno fatto una scelta ben precisa: raccontare la storia della star da metà anni '60, con gli inizi dei Jackson 5, fino al 1988, con il Bad Tour; questo significa condensare in due ore di film più di 20 anni di carriera e vita personale, una scelta che in ogni biopic musicale porta a ovvie conseguenze: è necessario descrivere la personalità dei vari personaggi in pochissimi dialoghi e riprese, lasciando spazio sia alla narrazione sia alle numerose canzoni che ovviamente i fan vogliono sentire.
In questo caso le canzoni sono così tante che nell'ultima mezz'ora assistiamo più alle performance di Michael che a una vera e propria conclusione della vicenda, la quale lascia lo spettatore con un insipido "to be continued". E come mai la fine deve essere proprio quel concerto?
Perché una storia biografica adattata allo schermo si conclude o con un evento particolarmente negativo (ad esempio la morte di un personaggio) o con un elemento particolarmente positivo, come in questo caso il primo tour da solista privo della costante pressione del padre, troppo concentrato sul successo commerciale di Michael come membro dei Jackson 5. Questa conclusione ovviamente vale ai fini della narrazione filmica.
Fra tutti i personaggi sono i fratelli di Michael a subire i più grandi problemi di scrittura del film: complice anche la loro numerosità, gli sceneggiatori non hanno avuto tempo materiale per descriverli in modo coerente, dunque i quattro intervengono molto raramente e noi a malapena li veniamo a conoscere, dal momento che è stato (giustamente) preferito descrivere la madre, una sorta di spalla silente per Michael, e il padre, che possiamo designare come antagonista della narrazione filmica.

Fact-checking
Assistiamo dunque a una storia che ci presenta fermamente il conflitto tipico da cui nasce la narrazione, ossia i contrasti fra Michael e il padre, ma che non riesce ad andare nello specifico e nel profondo degli eventi e soprattutto ad approfondire adeguatamente i vari personaggi.
In più, in relazione ai diversi episodi mostrati si presenta un nuovo ostacolo a una serena visione del film: il fact-checking.
Come sottolineato da varie fonti, infatti, vi sono numerosi problemi legati alla collocazione temporale degli eventi, alla modalità con cui sono avvenuti e al ruolo dei diversi personaggi: il licenziamento del padre l'idea per Thriller, i fratelli presenti durante il Victory Tour... troppe vicende sono state spostate e adattate per rendere ciò che il film ci mostra fluido e sensato.
Diventa dunque spontaneo chiedersi qual era l'obiettivo del film, se narrare la vera storia di Michael Jackson o se semplicemente contornare le tante esibizioni musicali del cantante con una narrazione che, prendendo e spostando gli avvenimenti a suo piacimento, giustifichi la presenza delle canzoni.
Pregi ed esempi positivi
Il film, nonostante le evidenti problematiche narrative, non fallisce nell'emozionare i fan grazie alla presenza di tanti pezzi di Michael Jackson, alcuni riprodotti anche integralmente; e di sicuro l'effetto nostalgia ha un ruolo in questo.
Da apprezzare, sempre sul lato tecnico, è la riproduzione delle location e le abilità del protagonista nella danza e in alcuni segmenti cantati. Alcuni infatti sono cantati da lui personalmente, altri ripresi dagli archivic di MJ.
Viene dunque da chiedersi... tutti i biopic, musicali e non, avranno sempre questo tipo di problemi? Non è detto. Nonostante il modello di questo film sia quello prevalente (basti vedereBohemian Rhapsody e A Complete Unknown), andando indietro di qualche mese vediamo che un biopic musicale ha intrapreso una strada un po'diversa: Springsteen: Deliver me from Nowhere infatti, film su Bruce Springsteen, fa la coraggiosa ma ponderata scelta di narrare un periodo breve della carriera del cantante americano, ossia la produzione dell'album Nebraska.
In questo modo, nonostante la permanenza di alcuni cliché tipici, la narrazione appare più coerente, reale e vicina allo spettatore, il quale comprende profondamente le scelte artistiche e musicali dell'artista. Meno quantità ma più qualità.

