Don't Look Back in Anger, il recente documentario sugli Oasis presentato alla Biennale del Festival di Venezia, non punta solo a raccontare la storia già di per sé incredibile di una reunion sia musicale sia familiare, tanto utopica quanto sperata, ma anche di un fenomeno culturale sensazionale, di un'intera nazione che si raccoglie davanti a questo evento, perché per loro è più di una questione musicale, è un qualcosa che interessa l'identità culturale.
Ma quali sono gli album migliori, che hanno elevato la band mancuniana nell'Olimpo del rock? Quelli storici, iconici, che hanno segnato profondamente la musica e la cultura inglese.

3. The Masterplan (1998)
Il gradino più basso del podio è occupato non da un album in studio, ma da una compilation di lati b, ossia quelle canzoni scritte per supportare i singoli, da mettere sul retro del disco, in modo da accompagnare brani forti pensati per la radio. E si dà il caso che Noel Gallagher, principale autore degli Oasis, sia un così abile compositore da scrivere canzoni destinate ai lati b che si sono poi rivelate di un grandissimo valore, tanto da aver quasi raggiunto il livello dei singoli più noti.
Nel 1998, dopo i tre primi album in studio, la band decide di raccogliere questi lati b e di pubblicarli in una compilation, chiamata appunto The Masterplan, come l'ultimo brano del disco, originariamente un lato di b di Wonderwall. Altre canzoni provenienti da quell'album sono Acquiesce, Talk Tonight, Fade Away, Listen Up, Half the World Away e Stay Young (presente nella colonna sonora della quarta stagione della serie The Bear), tutte forse meno incisive e pesanti degli inni rock che hanno reso gli Oasis famosi, ma ricche di sfumature più emotive.
2. (What's the Story) Morning Glory? (1995)
La seconda posizione di questa classifica va all'album più noto degli Oasis, uscito nel cuore della faida Britpop con i Blur e contenente i grandi successi dei Gallagher.
Il disco, secondo anche cronologicamente, è meno ruvido del primo, più melodico, e inizia con Hello, canzone che ha aperto tutti i concerti della tourneé post reunion degli Oasis, passa poi per i due più grandi successi, Wonderwall e Don't Look Back in Anger (da cui viene il nome del documentario, coerentemente), arriva al pezzo più introspettivo, Cast No Shadow, ispirato dal cantante dei The Verve Richard Ashcroft che ha aperto diversi concerti della band nell'ultimo anno, e si conclude con l'inno senza tempo Champagne Supernova, 7 minuti di grande caratura musicale che di solito chiudono i loro concerti.
È un album fondamentale, che li consacra al successo e li porta a suonare per due sere di fila a Knebworth nel 1996 davanti a complessivamente 250 mila persone.

1. Definitely Maybe
La vetta di questa personale classifica la raggiunge l'esordio degli Oasis, un disco sorprendente come il suo titolo ossimorico. I pezzi suonano in modo grezzo, sporco, ma con una spontaneità rarissima che hanno in comune solo i lavori degli esordi di certe band rock inglesi.
Ed è proprio questo uno dei principali motivi dietro al grande successo di questo album: il pubblico ha familiarizzato immediatamente con le canzoni irruenti e sincere della band, con la voce spavalda di Liam e il suono massiccio della chitarra di Noel, senza contare l'importanza del background dei 5 Oasis, che si sente appieno negli 11 pezzi del disco: tutti venivano dalla periferia di Manchester, erano figli della working class inglese che per sfuggire da esiti drammatici si rifugiava nel calcio e nella musica.
I pezzi sono stupendi, straordinari trattandosi di un esordio: Rock 'n' Roll Star non ha bisogno di parafrasi, Shakermaker (nonostante il possibile plagio con una vecchia pubblicità della Coca Cola) e Columbia, le immense Live Forever (la più grande canzone della band secondo entrambi i fratelli) e Slide Away, le veementi Cigarettes & Alcohol e Supersonic e infine Married with Children, un finale sereno per 52 minuti di rock puro e pregevolissimo.
