Alla 83ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia è stato presentato in concorso Wild Horse Nine, l'ultimo film di Martin McDonagh. Il regista di origini irlandesi torna dietro la macchina da presa dopo l'acclamato Gli spiriti dell'isola (2022), pellicola candidata a 9 premi Oscar che già esplorava con amarezza il complesso legame tra due amici.
Questa nuova opera è stata accolta subito con entusiasmo da critica e pubblico, confermandosi come uno dei titoli più rilevanti e discussi del concorso e posizionandosi tra i film più papabili alla vittoria tra i concorrenti nella corsa al Leone d’Oro.
L'isola di Pasqua come palcoscenico morale, tra storia e finzione
Il regista di In Bruges - La coscienza dell'assassino (2008) torna a stupire con una commedia nera dissacrante e spietata, ma allo stesso modo estremamente commovente. Ambientata nel 1973, sul baratro imminente del colpo di stato in Cile, la vicenda si focalizza su Chris e Lee, due agenti della CIA in viaggio sull'Isola di Pasqua. Chris, interpretato da un meraviglioso John Malkovich che meriterebbe già di avere la statuetta dell’Oscar al miglior attore protagonista in mano, è un uomo malato terminale che desidera esaudire il suo ultimo desiderio: contemplare la solitudine remota dell'isola.
Ciò che non sa è che il suo migliore amico e collega, affidato al talento di Sam Rockwell, è stato segretamente ingaggiato dai vertici dell'intelligence per eliminarlo prima che possa dare completare e dare alla stampa la sua raccolta di memorie, che contengono numerose verità oltremodo scomode. La scelta di questo scenario geopolitico e geografico non è mai accessoria: l'isolamento geografico si rispecchia nella claustrofobia morale dei personaggi, portando la tipica ruralità dei precedenti film di McDonagh su un piano globale, denso di metafore sociopolitiche e contemporanee.

Wild Horse Nine: i dialoghi come specchio dell'anima
Wild Horse Nine rappresenta la vera e propria summa teorica e stilistica della filmografia di McDonagh. Al centro di questo ingranaggio perfetto risiede, come di consueto, una scrittura dialogica brillante, affilata come un bisturi e capace di sorreggere da sola il peso emotivo dell'intera narrazione. Attraverso uno spiccato umorismo nero e un ritmo serrato di battute fulminanti, la pellicola si trasforma in un viaggio intimo nella psiche di un uomo arrivato al capolinea, costretto a fare i conti con un passato costellato da crimini commessi in nome dello Stato.
Il confronto tragicomico tra i due agenti diventa l'innesco per una riflessione profonda sui concetti di amicizia, amore e sui legami affettivi sacrificati o mai coltivativi. La figura del cavallo del titolo emerge come una potente metafora di libertà inafferrabile e addomesticamento interiore, capace di divertire e, un attimo dopo, di stringere il cuore in una morsa di pura commozione.

La regia dell'isolamento e la maestria visiva di McDonagh
Sul piano della messa in scena, McDonagh orchestra una regia studiata per avvolgere lo spettatore ed esaltare la complessa gamma emotiva che scatena spontaneamente l’opera. La cinepresa si muove in un costante equilibrio tra l'estremamente piccolo e l'immensamente grande: i primi piani intensi e penetranti catturano le micro-espressioni e le fragilità dei volti di Malkovich e Rockwell, mentre i campi lunghi spalancano la vista sui paesaggi sconfinati e incontaminati dell'Isola di Pasqua.
Questa alternanza visiva amplifica il contrasto tra l'imponenza della natura e la miseria delle ambizioni umane, guidando chi guarda in una vera e propria catarsi visiva. Tra risate amare e una profonda malinconia, la macchina da presa consegna allo spettatore un film destinato a rimanere a lungo nella memoria collettiva.

