Con il film Resurrection, il regista Bi Gan compie un vertiginoso salto in avanti nella propria ricerca artistica, consegnando un’opera che è sia una dichiarazione d’amore al cinema che una riflessione sulla sua sopravvivenza.
Arriva al cinema il 23 aprile con I Wonder Pictures, dopo aver ricevuto il Premio speciale della Giuria al Festival di Cannes.

Quando parliamo di Resurrection, parliamo non soltanto del film più ambizioso del regista cinese, ma anche del suo film più stratificato, in cui l’autore intreccia la storia del mezzo cinematografico con quella del proprio Paese, trasformando il Novecento in un flusso di immagini, stili e visioni che si susseguono come in un sogno lucido.
La trama di Resurrection
Il punto di partenza è già, di per sé, un paradosso potente: in un mondo in cui l’umanità ha smesso di sognare per ottenere la vita eterna, esiste ancora chi continua a farlo. È il Phantasmer, il Delirante, figura mostruosa, incapace di distinguere tra realtà e illusione, e proprio per questo depositario di una verità che agli altri è ormai preclusa.
Accanto a lui, una donna che possiede ancora la capacità di “vedere”, penetrando nei suoi sogni alla ricerca di un senso. È da questa relazione che si dipana una narrazione frammentata, fatta di episodi, salti temporali e metamorfosi stilistiche, in cui il racconto lineare lascia spazio a una costellazione di immagini.
Un omaggio al cinema, la macchina dei sogni
Fin dalle prime sequenze, Bi Gan esplicita il suo progetto: i primi venti minuti del film si configurano come un omaggio diretto alle origini del cinema, con immagini mute, didascalie e una costruzione visiva che richiama esplicitamente le fantasmagorie delle prime proiezioni.
Qui affiorano citazioni e suggestioni che rimandano a Nosferatu, l'iconico treno dei Fratelli Lumière e al viaggio lunare di Georges Méliès. Non si tratta di un esercizio di stile, ma di una dichiarazione programmatica: il cinema nasce come sogno e illusione, e solo continuando a sognare può sopravvivere.

In questo senso, Resurrection è davvero un “film sul cinema”, ma anche qualcosa di più complesso. La pellicola diventa fonte vitale, che come un corpo può deteriorarsi, svanire, dissolversi alla luce del giorno.
Il cinema di Resurrection è un vampiro
L’analogia con il vampiro, esplicitata più volte, è illuminante: così come la luce distrugge ciò che vive nell’ombra, allo stesso modo l’esposizione rischia di cancellare ciò che il cinema custodisce.
Ma il vampiro, come il cinema, possiede anche un’altra caratteristica fondamentale: risorgere. Resurrection si configura allora come una parabola sulla capacità dell’immagine di rinascere continuamente, anche nei momenti in cui tutto sembra perduto.
Una lezione di storia del cinema e le complessità stilistiche
La struttura di Resurrection riflette questa tensione tra morte e rinascita. Bi Gan costruisce una antologia emotiva e stilistica, attraversando diversi generi e periodi storici: dal muto alle avanguardie, dal noir al melodramma, fino a un segmento finale che richiama l’estetica di Wong Kar-wai, con un lungo piano sequenza ambientato alla fine del millennio.
Ogni segmento non è soltanto un omaggio, ma una rielaborazione personale, in cui il regista dimostra una padronanza impressionante del linguaggio cinematografico.

Le influenze sono molteplici e dichiarate: si avvertono echi di David Lynch nella dimensione onirica e perturbante, così come richiami alla radicalità visiva di Lars von Trier.
Bi Gan non si limita a citare e il risultato finale è un film che sfugge a ogni classificazione, capace di passare con naturalezza da un registro all’altro, mantenendo sempre una coerenza narrativa interna.
Resurrection in un tempo di sogni e fotogrammi
A sostenere questa complessità è un’idea di tempo profondamente anti-lineare. In Resurrection il tempo non scorre ma si piega e si frantuma. È un tempo “sognato” che non appartiene alla realtà, ma all’esperienza interiore dello spettatore.
In questo senso, il film non si limita a raccontare il sogno ma ne riproduce la struttura, immergendo chi guarda in un flusso continuo di immagini che sfuggono a ogni tentativo di razionalizzazione.
Eppure, dietro questa apparente astrazione, si cela un discorso storico ben preciso.
Il percorso attraverso i generi cinematografici si intreccia infatti con quello della Cina moderna e contemporanea: dalle rivoluzioni del primo Novecento alle tensioni politiche interne, fino alla trasformazione economica che accompagna l’ingresso nel XXI secolo.

Il rischio, in un’operazione di questo tipo, è quello di scivolare nel puro formalismo, lasciando che la straordinaria ricchezza visiva oscuri il contenuto. Ma Resurrection riesce a evitare questa trappola proprio grazie alla sua dimensione emotiva.
Ogni episodio, per quanto stilisticamente autonomo, è attraversato da una malinconia in cui il sogno non è mai evasione ma un modo per confrontarsi con ciò che non esiste più.
Il trailer di Resurrection di Bi Gan
In definitiva, il nuovo film di Bi Gan si impone come un’esperienza totalizzante, che chiede allo spettatore di abbandonare ogni certezza e di lasciarsi attraversare dalle immagini.
Non è un film "da popcorn" ma un film che richiede attenzione e anche una certa familiarità con la cultura e la storia cinese.
Resurrection ci ricorda che il cinema è, prima di tutto, una macchina dei sogni. E senza sogni, senza quella capacità di perdersi e credere nell’illusione, il cinema stesso non può esistere.

