Niente spaventa di più che vedere il lato oscuro di qualcosa che pensiamo di conoscere. Da questo punto di vista, Agon si avvicina più a un film dell’orrore che a un semplice dramma sportivo.
Le urla, i piedi sul tatami, i trattamenti medici: ogni suono sembra sfiorare lo spettatore da vicino, fino a confonderlo sull’essenza di ciò che sta guardando. No, Agon non è un documentario, eppure ne conserva la stessa forza rivelatrice.
Il debutto di Giulio Bertelli, disponibile su Mubi, segue tre atlete italiane impegnate in una competizione chiamata Lidoj 2024. Alice pratica judo ed è interpretata dalla vera campionessa olimpionica Alice Bellandi.
Alex è una tiratrice sportiva interpretata da Sofija Zobina, mentre Yile Yara Vianello veste i panni di Gio, una schermitrice. Il film è ispirato alla tragica morte dello schermidore sovietico Vladimir Smirnov nel 1982.

Agon e il corpo bionico dei nostri beniamini
Agon restituisce la freddezza degli schermi e delle macchine, nonché l’atteggiamento disinteressato di chi lo sport agonistico non lo ha mai provato sulla propria pelle.
Non si tratta di vittimismo, ma del tentativo, sorprendentemente riuscito, di far comprendere al pubblico una piccola parte di ciò che potrebbe vivere un atleta dietro le scintillanti e patinate competizioni che guardiamo, con popcorn e bandiere, nel comfort di casa nostra.
Il corpo delle tre protagoniste viene allungato, ritirato, modellato e sottoposto a stress come se fosse bionico, come se non fosse umano.
Ciò che ne rimane, dell’umanità, si trova nelle conseguenze che le atlete devono affrontare: un equilibrio mentale non semplice da trovare e da mantenere nel tempo. Il finale è forse un po’ telefonato, ma è indiscutibilmente giusto per restituire la circolarità degli eventi che attende l’agonista.
L’ampiezza della fotografia immerge lo spettatore in uno spazio privato, solitamente inaccessibile.
I dialoghi lasciano spazio a un sonoro più crudo, enfatizzato senza paura di passare dal silenzio totale a un urlo di dolore. Un esordio con i fiocchi, che in sala avrebbe visto triplicato il suo impatto.

