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American Born Chinese, Recensione – Il folk orientale incontra il teen drama

American Born Chinese è la nuova serie Disney+ che unisce formazione a scavalcamento dei confini. Ecco la nostra recensione.

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American Born Chinese è la nuova serie Disney, disponibile su Disney+, che vede tra i protagonisti Michelle Yeoh e Ke Huy Quan, coppia che ha fatto scintille nell'ultimo anno grazie a Everything Everywhere All at Once.

La serie, composta da 8 episodi e tutti disponibili già dal 24 maggio, è basata sulla graphic novel del 2006 American Born Chinese di Gene Luen Yang, che ha tratto ispirazione dalla sua adolescenza negli anni '90, incorporando elementi dei racconti popolari cinesi e del misticismo trovati nel classico romanzo cinese Viaggio in Occidente.

American Born Chinese è il risultato di un mondo in continua evoluzione e in continuo movimento, così come il cinema: la miscela di stili e generi della serie è rappresentativa della commistione di culture e attraversamento dei confini, che oggi più che mai è attuale e che la serie Disney prova a portare a schermo tra formazione, azione e auto-ironia.

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American Born Chinese

American Born Chinese è il risultato di un mondo in continua evoluzione e in continuo movimento, così come il cinema: la miscela di stili e generi della serie è rappresentativa della commistione di culture e attraversamento dei confini, che oggi più che mai è attuale e che la serie Disney prova a portare a schermo tra formazione, azione e auto-ironia. La breve durata degli episodi non permette un approfondimento costante e spesso alcuni passaggi di sceneggiatura, in particolari quelli sulle storie del paradiso, vengono solamente abbozzati. Molto bene invece le lotte "terrene" che riguardano Jin, il casting e il lato tecnico che, come il protagonista, è la perfetta fusione di due mondi.

Dove vederlo:

Jin è americano, ma anche un po' cinese

American Born Chinese racconta la storia dell'adolescente Jin Wang (interpretato da Ben Wang), figlio di immigrati cinesi in America. Il ragazzo è un classico liceale che cerca di essere alla moda e che cerca l'approvazione negli altri, nascondendo alcune passioni che potrebbero (secondo lui) renderlo ridicolo e tentando di entrare nella popolare squadra di calcio della scuola.

Un giorno, Wei-Chen (Jimmy Liu), un nuovo studente, arriva alla scuola di Jin. A differenza di Jin, Wei-Chen non è cresciuto in America e di conseguenza ha un approccio completamente diverso: parla tanto, non gli importa di cosa pensa la gente ed è del tutto sé stesso. Per quanto i due inizino a diventare amici, Jin è sempre piuttosto imbarazzato nell'essere associato a Wei-Chen in pubblico per paura del giudizio altrui.

Presto si scopre che Wei-Chen non è uno studente qualsiasi, bensì il figlio di Sun Wukong, meglio noto come il Re Scimmia, popolare figura della letteratura cinese. Wei-Chen, anch'esso con la voglia di compiere il proprio destino, sogna di riuscire a fermare la rivolta che sta colpendo il paradiso e per farlo decide di fuggire da esso (e dal padre), scendendo sulla Terra e cercando la cosiddetta Quarta pergamena.

Immagine d'informazione

American Born Chinese: tra cielo e Terra

La narrazione di American Born Chinese viaggia su due rette parallele, seguendo le storie e le lotte che riguardano il paradiso da cui viene Wei-Chen e allo stesso tempo quelle terrene di Jin e della sua famiglia.

Gli episodi hanno una durata circa di 30-35 minuti e questa è sicuramente un'arma a doppio taglio per lo show, infatti se da un lato spinge per il binge watching e per un intrattenimento sequenziale, dall'altro ha un tempo ristretto in cui poter affrontare le sue tematiche. Forse proprio per questo, abbiamo trovato decisamente più efficace la narrazione che riguarda Jin, la sua famiglia e la sua crescita "terrena" rispetto alle vicende che riguardano il paradiso.

Senza dubbio, uno dei punti a favore di American Born Chinese è la sua capacità di prendere il concetto di globalizzazione, applicarlo alla vita di Jin (ma non solo) e rigettarlo fuori con scaltrezza e auto-ironia. Difatti, il folk orientale non viene messo su un piedistallo, non viene utilizzato per messaggi politicamente corretti e forzati, ma viene affrontato con maturità e con onestà, sia dai suoi interpreti che, ovviamente, da chi ha scritto la storia.

Non altrettanto bene la storia riguardante il paradiso che sì, è chiara, ma che non ha il tempo materiale per essere approfondita. Questo si nota particolarmente sul finale, dove la risoluzione del conflitto appare eccessivamente sbrigativa.

Altra parentesi che non ha avuto modo di essere studiata come si deve è quella che vede il personaggio di Ke Huy Quan, Jamie Yao. Il personaggio, ex attore di una sitcom, è un meme per i social a causa del ruolo fatto anni addietro nello show televisivo, in cui rappresentava lo stereotipo dell'orientale goffo in America. La sua posizione è interessantissima, ma a causa del poco tempo ritagliatagli non abbiamo avuto modo di analizzarla fino in fondo: la critica al sistema e ad Hollywood è chiara, ma il suo potenziale era quanto meno il doppio.

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American Born Chinese: lo stile non manca

Dal punto di vista tecnico, American Born Chinese è ben curata, anche oltre le aspettative. Da apprezzare la miriade di scenografie e costumi fatti a mano, accompagnati da tantissimo lavoro di trucco e parrucco, soprattutto sulle divinità del cielo. Regia e fotografia riescono a dare spazio alla cultura orientale senza renderla l'unica protagonista e la miscela di stili differenti, così come di radici differenti, è ben riuscita. Tra zoom e "schiaffi" particolari del Kung fu movie, le coreografie sono ben studiate e quasi sempre le scene d'azione vengono portate a termine con pulizia e chiarezza.

Ottimo il casting e le interpretazioni di ogni singolo membro che, come dicevamo, hanno compreso a pieno il senso del progetto, portando con sé la giusta dote di auto-ironia per quando è necessaria. Da Michelle Yeoh nei panni della Dea della compassione fino a Ben Wang nei panni del protagonista, la sensazione è che tutti sappiano bene cosa e perché lo stanno facendo.

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