Presentato in concorso all'83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Company segna il ritorno di Casey Affleck alla regia dopo sette anni da Light of My Life (2019), qui nel triplice ruolo di regista, co-sceneggiatore assieme a Ron Hansen e autore, dando vita ad un'opera profondamente intima e stratificata.
Il film vede la partecipazione di un cast peculiare che comprende: Nick Nolte, Ben Mendelsohn, Adelaide Clemens, Scoot McNairy, Emily Alyn Lind, arricchito dalla presenza dei figli del regista, Atticus e Indiana Affleck, e dalla sua compagna Caylee Cowan, a testimonianza di una narrazione che intreccia la potenza cinematografica con la memoria e gli affetti famigliari.
Company: un'architettura narrativa a cerchi concentrici
La struttura drammaturgica di Company si sviluppa attraverso un sofisticato gioco di incastri e racconti nel racconto, articolato su più livelli temporali e spaziali. La vicenda prende il via durante la notte di Natale del 1975, quando una giovane di nome Evelyn trova rifugio presso una famiglia sconosciuta e comincia a narrare la storia di Tom (Nick Nolte), un anziano solitario che nel 1953 accoglie nella propria baita una donna svenuta tra la neve.
Quest'ultima, a sua volta, racconta la drammatica parentesi di Rebecca ed Emmett Clemens, due agricoltori coinvolti in una spirale di tensione e sospetti legati all'arrivo di Caleb, un enigmatico giovane al quale affidano l'incarico di guardiano del bestiame. Questa vertiginosa ricorsività non è un mero esercizio di stile, ma un dispositivo simbolico capace di unire epoche, traumi e solitudini diverse sotto un unico filo conduttore.

La sovversione del genere e l'archetipo del vampiro
Con l'apporto della penna di Hansen, evidente soprattutto nell'impronta western e crepuscolare, Affleck rielabora i canoni della gothic story. Tuttavia, il classico espediente dell'estraneo che porta caos e rovina varcando la soglia di casa viene usato solo in parte perché lo scopo di Company è capovolgere il paradigma.
Attraverso ciò che viene detto e soprattutto attraverso ciò che rimane taciuto, le omissioni, le mezze verità e i segreti dei vari personaggi, il film esplora le contraddizioni dell'animo umano, dalla rabbia al bisogno di vendetta, bilanciandole con slanci di generosità, calore e profonda empatia. Il plot twist telefonato ma elegantemente costruito spinge poi la pellicola su un ulteriore piano, arricchendola di valenza.
Affleck usa l’archetipo del vampiro nel cinema contemporaneo, seppur ambientandolo la storia prevalentemente in un periodo storico non troppo vicino, in modo brillante, sviscerando temi come il bisogno di calore umano, della compagnia, la potenza della narrazione tramandata e il concetto di immortalità legato ad essa con lo stesso filo conduttore. Non è facile vedere al giorno d’oggi un'operazione visiva e narrativa così audace nella sua semplicità.

Il potere curativo del racconto e della compagnia
In ultima analisi, Company si configura come un'accorata riflessione sul potere consolatorio e terapeutico della fabulazione, le storie intrecciate da Casey Affleck servono a spezzare l'isolamento esistenziale dei protagonisti.
L'attore di innegabile talento si riconferma con quest’opera un regista altrettanto valido, ribadendo in Company un concetto fondamentale: il racconto è il mezzo principale che abbiamo a nostra disposizione per testimoniare la nostra esistenza, superare i momenti bui e offrire compagnia a chi si sente smarrito. Guardare ed essere ascoltati si trasforma così in una forma di cura reciproca, capace di sollevare l'essere umano dalla desolazione attraverso la semplice, ma rivoluzionaria, condivisione della propria memoria.


