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Fear: intervista esclusiva agli ideatori della serie

Fear: intervista esclusiva agli ideatori della serie 1

Fear è una serie tv in pre-produzione, ideata da Stefano Labbia.

L’opera unisce sovrannaturale a teen-drama, in una ricetta in pieno stile anni 2000. Vengono raccontate le gesta di Max, un ragazzo dotato di super-poteri alle prese con le problematiche tipiche degli adolescenti.

Abbiamo fatto alcune domande agli autori per scoprirne di più:

Fear: intervista esclusiva agli ideatori della serie 2

Le produzioni con influenza supereroistica/sovrannaturale sono diventate sempre più comuni. In cosa Fear si eleva secondo voi/tu rispetto alle altre serie?

Fear è precursore dei tempi, in un certo qual senso, essendo stato ideato formalmente nel 2003 dall’autore e sceneggiatore italiano Stefano Labbia. Sicuramente un mix del genere non è stato ancora prodotto: Fear è un teen family drama paranormal che dentro sé ha aspetti crime, action e persino commedia. Per Max, il protagonista, la continua ed inesauribile sete di verità e giustizia è punto di riferimento costante tanto da essere il background dello show.

Il potere di Max, per quanto sia soprannaturale, è accostabile alle esperienze dei sogni premonitori e in generale ad esperienze spirituali che molte persone sostengono di aver sperimentato. Che posizione hai rispetto a ció? Credi nella premonizione?

Stefano Labbia: Che esistano alcuni fatti inspiegabili anche per la scienza è risaputo. Alcune sensazioni, esperienze comuni, come ad esempio i deja-vù, da alcuni etichettate come “soprannaturali” sono un dato di fatto. Se esiste un Max in carne e ossa (a parte l’attore che ne vestirà i panni)? In tutta onestà spero di no… sarebbe un peso troppo grande, adulto o ragazzo che sia.

Leggendo la sinossi si percepisce come la serie voglia porsi al centro tra sovrannaturale, teen drama e thriller psicologico: quale aspetto vorresti che emerga maggiormente?

Crediamo che la forza di Fear sia proprio questa: la sua originalità, quel mix, come detto, di generi e di situazioni che variano rendendo lo show un’esperienza unica per lo spettatore. I colpi di scena inaspettati saranno impetuosi e i continui capovolgimenti di trama, creeranno di sicuro attesa rispetto alla puntata settimanale. I protagonisti per cui lo spettatore proverà empatia, saranno messi di fronte a continue prove, a continue sfide come del resto la vita stessa ci pone nel quotidiano. Impossibile quindi nonostante il lato fantastico dell’opera, non rispecchiarsi in Max, Liz o nel Detective di Scotland Yard Barry Finch. A ciò si aggiunge il “parallelo” tra scienza (medicina, psicologia e psichiatria) e religione (Padre Enrique diventerà il confidente di Max…).

La serie racconta un rapporto ruvido tra Max e il padre. L’aspetto della genitorialitá è sempre un qualcosa di appassionante che emoziona il pubblico. Questo elemento trae ispirazione da una tua esperienza di vita?

Stefano Labbia: Assolutamente no… Ho un bellissimo rapporto con i miei genitori. L’ho sempre avuto. Ovvio il gap generazionale esiste… Ma non abbiamo mai vissuto grossi problemi. Semplicemente Max ha sempre avuto un carattere molto particolare: ha sofferto per “l’abbandono” della madre. La scoperta dei suoi poteri e… senza fare spoiler, quello che prova immediatamente dopo lo cambiano definitivamente. Lo rendono migliore? Forse. Ma a quale prezzo poi?

I comprimari hanno un ruolo centrale in questa serie. Non potrebbero rischiare di oscurare il protagonista levando spazio ad un suo sviluppo?

Stefano Labbia: I comprimari sono fondamentali proprio per decelerare l’attenzione sui “casi” di Max: portano allegria, pensiero. Ma anche dubbi, domande e… piccole scomode verità. Credo che il mix sia davvero ben riuscito con momenti di ilarità che allietano la tensione della “premonizione”. Se penso di dare vita a qualche spin-off utilizzando uno o più characters presenti in “Fear”? Non nel vero senso del termine…

Le serie Tv possono avere uno sviluppo della trama verticale oppure orizzontale. Leggendo la sinossi sembra che, partendo da episodi autoconclusivi, gli eventi poi inizino ad essere tendenzialmente narrati su più puntate e quindi adottare uno sviluppo orizzontale. Come mai questa scelta?

Stefano Labbia: Gli anni ’90 sono stati grandiosi – lo dice uno che li ha vissuti! Ma penso anche che siamo entrati (e da parecchio, anche!) nel nuovo millennio… Le serie tv come i comics divisi in prima parte, seconda parte, novantesima parte… concatenati uno all’altro non mi sono mai piaciuti. Poi ovvio… la “commerciabilità di un’opera deve essere presa sempre in esame. Credo di esser giunto ad un buon “compromesso”: i singoli episodi possono essere seguiti senza problemi da chiunque, fan o “nuovo arrivato”: scelta voluta perché così chiunque, grazie all’intro che non è altro che un recap introduttivo del protagonista, potrà entrare nel mondo di Max. Primo o ventesimo episodio. Ma attenzione questo non significa che nell’arco narrativo non ci siano subplot…

I poteri di Max ricordano quelli visti in altre serie cult come Tru Calling o Flash Forward. Hai tratto ispirazione da queste opere?

A dire il vero no. Non ho mai visto Flash Forward, per inciso… Ma sono un grande fan di Stephen King, lo ammetto… Probabilmente il suo The Dead Zone (La zona morta) di cui adoro sia serie tv che film, ha avuto la sua influenza nel “parto creativo”.  

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