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Cinema

Lightyear, Recensione – Un viaggio che decolla a metà

La serie di Toy Story torna al cinema con Lightyear, un buon prodotto che però non riesce ad essere più che un divertente giocattolo

Lightyear, recensione – un viaggio che decolla a metà
Lightyear, Recensione – Un viaggio che decolla a metà

Il primo Toy Story debutta nel lontano 1995 e tante cose sono cambiate radicalmente nell’animazione, anche grazie a lui. Il film che ha segnato la storia del cinema e che è entrato nel cuore di intere generazioni, torna nella sale con uno spin-off dedicato al giocattolo più amato di sempre, Buzz Lightyear. Scopriamo se si tratta di un viaggio verso l’infinito e oltre, o di un decollo riuscito male.

La storia dietro lo Space Ranger

Lightyear – La Vera Storia di Buzz narra le vicende del film che ha ispirato la linea di giocattoli dell’omonimo personaggio in Toy Story, divenendo in breve tempo uno dei più amati da tutti i bambini, Andy compreso.

Buzz atterra erroneamente con la sua navicella su un pianeta ostile insieme ad un paio di membri dell’equipaggio, tra cui una collega e amica di lunga data, Alisha. Nel tentativo di fuggire dal luogo impervio, lo Space Ranger testa alcuni metodi che risultano fallimentari e che portano a degli sbalzi temporali in cui, mentre per lui passano solo pochi minuti, per le altre persone decine di anni.
Dopo l’ennesimo tentativo, Lightyear si ritrova solo a fare i conti con i suoi sensi di colpa e con la sua missione, intralciata anche a causa di un robot spaziale di nome Zurg. Per fortuna però, nuovi compagni di viaggio lo aspettano e lo aiuteranno durante il suo tragitto per tornare a casa.

Lightyear

Delle premesse che rimangono tali

La prima parte di Lightyear si dedica in maniera ottimale alla caratterizzazione del personaggio così per come abbiamo conosciuto la sua controparte plasticola in Toy Story, rispettando quindi la sua caparbietà, la sua determinazione e la sua fiducia esclusivamente verso sé stesso, ma ricalcando anche temi molto cari al film del 1995, ovvero la solitudine e la paura dell’abbandono.
Questa tematica però rimane sempre in secondo piano per tutta la seconda parte del film, spostando quasi completamente l’attenzione su altro (in particolare sulle scene action) e ignorando le infinite possibilità che le premesse iniziali avrebbero potuto regalare allo spettatore e al film stesso, elevandolo ad un livello superiore dal punto di vista emotivo.

Lascia un po’ a desiderare anche l’evoluzione del protagonista che, nonostante parta da una buona caratterizzazione iniziale, si perde lungo il tragitto, non approfondendo fino in fondo un personaggio che vive di dinamiche complesse, e che presenta un repentino cambio sul finale del film senza una preparazione adeguata. Cosa simile vale anche per il villain Zurg, che sicuramente poteva essere gestito meglio, rimanendo quasi indifferente allo spettatore, soprattutto per la superficialità con cui è trattato.
Non si può recriminare niente all’intrattenimento, veramente esaustivo e soddisfacente, con personaggi secondari perfetti per accompagnare lo Space Ranger, da Sox, il gattino robot, a tutti gli altri membri dell’equipaggio. Questo avviene grazie anche ad un ritmo incalzante, mai noioso, e che lascia volar via la durata del film.

Lightyear

La solita (grande) qualità Pixar

Tecnicamente Lightyear non delude le aspettative e, come ormai Pixar ci ha abituati, da questo punto di vista la qualità è molto alta. Il film infatti è a tutti gli effetti una space opera animata, non solo per le ispirazioni e citazioni a film di genere, ma anche per la riuscitissima capacità di immergere lo spettatore nello spazio.

Questo riesce grazie ad un’ottima regia che, seppur traballa leggermente in qualche momento di azione frenetica sul finale, regala un’esperienza spaziale ben riuscita, soprattutto nei momenti in cui i personaggi sono persi nel vuoto cosmico. La fotografia, per come si poteva intuire dai trailer, sostiene bene il comparto registico con interessanti momenti cupi e introspettivi, ma non mancano anche i colori sgargianti a rappresentare la velocità. A rendere il tutto una definitiva space opera sono le ambientazioni, immense sia quelle spaziale che a terra, ma che quando vogliono (e servono) sanno essere anche essere intime.

C’era tanta preoccupazione in merito al doppiaggio italiano, ma possiamo garantire che non è così pessimo come molti credevano inizialmente. Infatti Alberto Malanchino (voce di Buzz) se la cava decisamente meglio rispetto all’impressione avuta dai trailer. Molto bene anche Ludovico Tersigni come Sox, che strappa più di qualche risata, così come i compagni di viaggio di Lightyear.

Lightyear
Lightyear, Recensione – Un viaggio che decolla a metà
7.0

Conclusione

Lightyear è un buon prodotto dalla tecnica elevata per come solo Pixar sa fare, ma pecca in emotività e sceneggiatura. La prima parte del film parte con premesse di spessore che perde durante l'arco narrativo a favore di tante scene d'azione e di tanto intrattenimento. Paradossalmente, è l'unico film della saga senza giocattoli, ma è l'unico che probabilmente farà la fine di un giocattolo.

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