ll nuovo documentario Don't Look Back in Anger, incentrato sulla recente reunion degli Oasis e presentato alla Biennale di Venezia, sta riscuotendo un grande successo fra tutti i fan della band: non solo mostra diverse canzoni tratte dai loro concerti, ma riesce anche a seguire un filo narrativo, mostrando il processo di scioglimento della tensione fra i due fratelli e il significato della loro musica per vari fan nel mondo. Vi è dunque una differenza rispetto ai semplici concert films. Qual è il trucco?

I rischi del genere
Banalmente, il rischio più evidente che di solito corre un documentario musicale è finire per essere esclusivamente autocelebrativo: attenzione, l'autocelebrazione c'è sempre in prodotti di questo tipo, e in un certo senso ci deve essere, dal momento che viene giustamente mostrato il motivo per cui un artista è noto; il problema sorge quando questa autocelebrazione finisce per rimanere incontrastata come contenuto unico del documentario, senza degli effettivi conflitti (da cui nella settima arte nascono le storie) e dunque una sottotrama. Finisce in sostanza per rimanere un prodotto pensato per i fan che, come potrebbero autonomamente fare, ascoltano le canzoni che hanno reso noto l'artista godendosi la musica.
Un errore del genere può essere riscontrato, ad esempio, in un documentario candidato agli scorsi Oscar, ossia Diane Warren: Relentless, che racconta della suddetta cantautrice la quale si compiace dei complimenti fatti dai vari artisti per cui ha scritto; l'unico conflitto del film è la sua disperazione per il fatto che una sua canzone non abbia mai vinto un Oscar (e neanche quest'anno c'è riuscita).
Un altro rischio potrebbe ritrovarsi nello squilibrio tra gli argomenti: può accadere che vi siano documentari musicali concentrati esclusivamente sul lato scandalistico dell'artista (e quindi definibili in un altro modo), ma anche documentari che si fissano ossessivamente sul lato tecnico, escludendo qualsiasi tipo di contesto o narrazione.
Un problema contenutistico che però va a intaccare anche la sfera tecnica può essere invece la mancanza di un filo vagamente narrativo, il che porta il documentario ad essere un mero collage di interviste e concerti senza alcun tipo di contestualizzazione.
Infine vi è il cosiddetto "gatekeeping", forse l'unico rischio che si potrebbe rintracciare in minima parte nel documentario sugli Oasis, ossia il pericolo di fornire troppo poche informazioni allo spettatore, per questioni di privacy e interessi vari, andando però a lasciare irrisolte questioni importanti non chiarite.
I documentari musicali agli Oscar
Negli anni la categoria degli Oscar al miglior documentario ne ha visti trionfare alcuni a tema musica, dimostrando il successo riconosciuto in tutto il mondo di questo tipo di cinema: abbiamo Searching for Sugar Man (2012), sull'incredibile storia del cantautore Sixto Rodriguez, famosissimo in un paese in cui non era mai stato, Amy (2015), sulla carriera, i successi e le dipendenze di Amy Winehouse, e infine il più recente Summer of Soul (2021), il quale racconta di un festival di musica afroamericana ad Harlem nel 1969.

Quando un documentario musicale è degno di nota
Fra i documentari musicali più noti al di fuori di Hollywood troviamo Moonage Daydream (2022), che attraverso delle interviste molto intime di David Bowie si concentra propriamente sul processo artistico generale del Duca Bianco, non riservandosi solamente a ciò che riguarda la musica; impossibile non citare Buena Vista Social Club (1999), con cui Wim Wenders, accompagnato dal chitarrista Ry Cooder, ricompone la storia del genere musicale cubano "son" riunendo alcuni anziani esponenti; altro capolavoro il recente Get Back (2021), in formato miniserie, un insieme di riprese diretto da Peter Jackson, che mostra in un modo mai visto prima i Beatles durante la fase di scrittura e registrazioni di vari pezzi, poco prima dello scioglimento.

Non solo l'artista
Non è infine indiscutibile che un documentario musicale parli di un singolo artista o di un singolo complesso; oltre all'esempio già fatto di Summer of Soul, è molto interessante il caso di 20 Feet from Stardom (2013), anche questo vincitore del premio Oscar. Il focus del film in questo caso sono le coriste e i musicisti di accompagnamento che giacciono nell'ombra dei grandi artisti, contribuendo però in modo significativo alla resa della performance e spesso assistendo direttamente a un sogno a cui partecipano, ma di cui non sono assoluti proprietari come invece avrebbero voluto.
