Spesso si parla di "coraggio" quando c’è qualcosa da cambiare, da rivoluzionare, ma quanto coraggio ci vuole, invece, a rimanere fedeli a se stessi e ai propri valori, nonostante il tempo che scorre e gli spettatori che cambiano?
Toy Story 5 prende una strada semplice a dirsi, meno a farsi: confermare ciò che Toy Story è sempre stato. Il quinto capitolo della saga torna alle radici più solide del franchise, piantate con il capolavoro del 1995, e che ancora oggi, senza stravolgere nulla, possono parlare a chiunque.
La scelta di Andrew Stanton come regista non è affatto casuale: il suo contributo risale alle origini del franchise. È stato infatti uno degli sceneggiatori e autori della storia dei primi capitoli, lavorando a stretto contatto con il team creativo Pixar che ha dato vita al primo film del 1995 e al suo seguito.
La sua presenza in Toy Story 5 rappresenta quindi l’idea di un progetto che punta a mantenere intatta l’identità costruita nel tempo.
Perché, quando hai tra le mani un fenomeno intergenerazionale, la difficoltà più grande è rispettarlo, amarlo, evitare qualsiasi forma di protagonismo e lasciare che siano le sue fondamenta a guidarti.

Jessie, una scommessa vinta
Jessie sostituisce Woody come sceriffo della stanza di Bonnie e, insieme al resto della banda di giocattoli, si trova ad affrontare un nuovo, straordinario prodotto dei nostri tempi: Lilypad, un tablet che, come dice il cowboy, semplicemente sa fare tutto.
La scelta di rendere Jessie la nuova protagonista della saga si rivela una scommessa vinta da Pixar e questa sua nuova veste aiuta il film a raggiungere un equilibrio quasi perfetto tra ironia e riflessione.
La struttura narrativa si divide in tre filoni: quello di Jessie, in cui collidono passato e presente; quello di Buzz e Woody, che cercano di riportarla a casa; e quello di un gruppo di Buzz Lightyear super tecnologici alle prese con la conoscenza del mondo reale.
Se quest’ultimo appare un po’ forzato, con il ritmo generale che a volte risente di qualche interruzione di troppo, gli altri due sono solidi e ricalcano tutto ciò che avevamo apprezzato nei primi capitoli del franchise. Essendo dinamiche già esplorate in passato, la prevedibilità degli eventi può rappresentare un limite; ma, se ancora non riusciamo a stancarci, un motivo ci sarà.

Toy Story 5 ci ricorda perché questa non è una saga qualsiasi
Proprio come Buzz, nel primo capitolo, sembra un alieno atterrato direttamente dal futuro nella stanza di Andy, lo stesso accade con Lilypad.
Di conseguenza, tornano i vecchi e sacri valori di Toy Story: l’inclusione (quella vera) del diverso, la complementarità tra nuovo e vecchio e il rifiuto di una visione monocromatica, bianca o nera, del mondo.
Per questo motivo, la tecnologia non viene dipinta come il nemico; piuttosto, è l’utilizzo che ne facciamo a renderla tale, spesso persino contro la sua stessa natura ausiliaria. In questo senso, Toy Story 5 svolge anche un compito educativo, sia per i figli sia per i genitori.
Ciò che viene esplorato, ancora una volta, è il tema della solitudine, qui declinato secondo tempi e modalità differenti. Nessuna solitudine è peggiore di un’altra, ma l’illusione di avere delle amicizie può fare ancora più male.
Risuona ancora forte nel 2026, quindi, quell’Hai un amico in me di tanti anni fa: quel desiderio primordiale di trovare qualcuno con cui condividere le proprie fantasie, qualcuno che ci faccia sentire compresi e amati per ciò che siamo.
La paura dell’abbandono che tormenta Bonnie e che, in Toy Story 5, la spinge a omologarsi alle altre bambine, perdendo progressivamente la propria individualità, è la stessa che provano i giocattoli.
Questo è il motivo per cui, finché il cuore di Toy Story verrà rispettato, la saga non morirà mai: i giocattoli rappresentano una delle paure più profonde dell’essere umano e, allo stesso tempo, la rassicurazione di cui abbiamo bisogno, forse oggi ancora più di ieri.

