Dopo il successo sorprendete e travolgente di Obsession (trovate qui la nostra recensione), il cinema dell'orrore sferra un altro colpo da maestro con Hokum, indubbiamente l'altra grande rivelazione horror di quest'anno finora.
Certo, potrebbe far sorridere il fatto che una pellicola così intrisa delle tipiche atmosfere autunnali, ambientata proprio in quel lasso di tempo sospeso tra la fine di ottobre e le prime settimane di novembre, arrivi nei nostri cinema in un periodo del tutto slegato, il 5 agosto. Lasciando da parte i calendari, però, è una vera fortuna che Lucky Red abbia deciso di portare questo film sul grande schermo.
Scritto e diretto dal talentuoso regista irlandese Damian McCarthy, già acclamato dalla critica per Oddity (2024) e per la sua straordinaria capacità di inquietare con pochi ma chirurgici elementi, Hokum si avvale di un cast in stato di grazia, variegato e peculiare. Accanto al magistrale protagonista Adam Scott (nei panni di Ohm Bauman), spiccano le ottime interpretazioni di un cast di supporto che comprende: Peter Coonan nei panni di Mal, receptionist del locale; David Wilmot appare nel ruolo di Jerry; Florence Ordesh che presta il volto alla barista Fiona; Will O'Connell he interpreta il fattorino Alby; Michael Patric copre il ruolo del custode Fergal; Brendan Conroy veste i panni del proprietario dell'albergo Cob; Austin Amelio appare nei panni del Conquistador (personaggio legato ai romanzi del protagonista) e Sioux Carroll, Ezra Carlisle e Mallory Adams, tutti capaci di bilanciare alla perfezione la tensione costante con un pizzico di insospettabile e sagace umorismo.
Il viaggio di Ohm: dalle ceneri del passato alla travagliata lotta per la riscoperta della vita
Al centro della storia troviamo Ohm Bauman (Adam Scott), celebre scrittore alle prese con l'ultimo faticoso capitolo per concludere la sua trilogia di romanzi. Tormentato da un profondo malessere interiore, Ohm decide di recarsi in uno sperduto e suggestivo Hotel in Irlanda per spargere le ceneri dei suoi defunti genitori nei pressi di una grande quercia, il luogo dove la coppia era stata felice durante la luna di miele. L'uomo porta con sé un peso emotivo schiacciante, generato dalla prematura scomparsa della madre: un evento doloroso che è stato l'origine di un pessimo e conflittuale rapporto con il padre e la radice di tutti i suoi blocchi interiori.
Il suo atteggiamento verso il mondo è viscidamente acido, cinico e scontroso, anche con chiunque incontri nel bizzarro albergo, fatta eccezione per Fiona (Florence Ordesh), la barista. Sarà proprio la ragazza, guidata da un forte sesto senso, a salvarlo letteralmente da se stesso. Tuttavia, quando Ohm fa ritorno all'hotel per ringraziarla mentre la struttura sta chiudendo i battenti per la fine della stagione, scopre con sconcerto che la giovane è scomparsa da diverso tempo, proprio subito dopo Halloween.

Ed è in questo momento che prende il via il suo vero viaggio, il quale si trasformerà in una disperata sfida per la sopravvivenza, un'esperienza catartica che lo spingerà a riprendere in mano quella vita da cui sembrava voler sfuggire, segnando un profondo e inaspettato cambiamento interiore.
La narrazione fonde con straordinaria eleganza la storia drammatica di Ohm con il folklore irlandese e con le spettrali leggende locali che aleggiano sulla struttura: prima fra tutte quella di un'antica strega che si dice infesti la suite nuziale dell'albergo, una stanza inquietante rimasta misteriosamente chiusa e sigillata da anni ed anni.
Ad alleggerire la cupa atmosfera interviene la figura di Jerry (David Wilmot), un personaggio dal prezioso e riuscito valore comico che vive come eremita nei boschi con il suo furgone, consumando funghi allucinogeni che a suo parere gli permettono di ampliare la mente e vedere oltre la dimensione terrena delle cose. Jerry agisce anche da bizzarro mentore per il protagonista e per la sua acquisizione di consapevolezza. In questo intricato meccanismo, i continui plot twist narrativi si incastrano con estrema precisione e funzionano a meraviglia, spiazzando di continuo lo spettatore.
L'architettura del terrore: McCarthy con Hokum perfeziona la sua cifra stilistica
Dal punto di vista visivo e della messa in scena, McCarthy riconferma e affina la sua personale poetica e visione registica: esattamente come accadeva nel suo precedente lavoro Oddity, gli oggetti inanimati non sono meri elementi scenografici, ma diventano strumenti fondamentali della narrazione, carichi di un valore pratico e simbolico quasi ipnotico che guida il racconto sia all'interno della vicenda sia come potente metafora, tra cui quello più rilevante è sicuramente l'orologio.
L'ambientazione dell'hotel, una struttura immobile e inquietante, che sembra letteralmente congelata nel tempo, è studiata nei minimi dettagli e funziona alla perfezione poiché essa stessa è parte integrante del film: un personaggio assestante, non solo uno sfondo dove avvengono le azioni, ma il luogo che spinge le azioni a palesarsi.

La fotografia gioca costantemente con il contrasto tra un buio denso e soffocante e claustrofobici punti di luce radente, trasformando l'uso dell'ascensore e dei corridoi d'ombra in veri e propri generatori di angoscia che funzionano più dei jumpscare, comunque non invasivi e ben contestualizzati.
All'interno di quello che appare come un "teatro dell'assurdo", si sviluppa una tensione costruita con maestria, un crescendo ritmico che fa emergere con forza il lato più umano e fragile di Ohm, un uomo interiormente divorato e tormentato dalla convinzione incrollabile di essere soltanto una persona orribile e senza speranza. In questo contesto, a fare da catalizzatore dei suoi traumi irrisolti interviene la surreale e disturbante figura del coniglio antropomorfe, che oltre la strega, funziona da specchio visivo delle sue colpe e dei suoi incubi passati.
Se proprio bisogna muovere una critica a quest'opera, nel complesso molto solida, la figura del coniglio appare forse troppo poco sullo schermo: un suo maggiore minutaggio avrebbe consentito alla regia di sfruttare ancora di più questa presenza emblematica, scavando in maniera ancora più radicale, cupa e viscerale negli anfratti più reconditi della psiche di Ohm, che nel finale sembra aver trovato finalmente se stesso nel trauma.

