Dopo essersi posto all'attenzione della critica e degli appassionati del genere con le sue prime due opere indipendenti Caveat (2020) e Oddity (2024), il regista irlandese Damian McCarthy arriva nelle sale con Hokum (trovate qui la nostra recensione) un nuovo film horror da lui scritto e diretto con protagonista il noto attore statunitense Adam Scott.
In Hokum, McCarthy affina il suo stile dimostrando la sua straordinaria capacità di maneggiare la tensione attraverso spazi claustrofobici e un'accurata ricerca nelle ambientazioni. Nelle sue pellicole, gli oggetti di scena non sono mai semplici elementi decorativi, ma vere e propri strumenti narrativi, carichi di valenza simbolica, capaci di guidare la percezione dello spettatore e i personaggi al confine tra il piano reale e quello sovrannaturale.
Con questo film, inoltre, il regista firma un'intricata escape room della mente umana che fonde folk horror e giallo, conducendo il pubblico e il protagonista in un viaggio oscuro verso la vera riscoperta di sé.
Cosa succede nel finale di Hokum?
La vicenda si snoda attorno a Ohm (Adam Scott), uno scrittore cinico, scettico e bloccato nell'epilogo della sua trilogia. Giunto in un caratteristico quanto spettrale hotel irlandese con l'obiettivo di spargere le ceneri dei suoi defunti genitori, Ohm si trova presto risucchiato in una spirale di eventi sempre più inquietanti.
Dopo essere sfuggito alla morte e a se stesso grazie al provvidenziale sesto senso di Fiona (Florence Ordesh), la barista dell'hotel, lo scrittore, che voleva ringraziarla si mette alla sua ricerca quando scopre che la donna è scomparsa misteriosamente, ritrovandosi intrappolato in una storia di tradimenti e inettitudine che coinvolge Mal (Peter Coonan), l'inetto suocero del proprietario dell'albergo.
È stato proprio Mal, infatti, ad uccidere Fiona, sedandola e intrappolandola nei bui sotterranei dell'hotel attraverso il montacarichi posizionato vicino alla famigerata suite nuziale che si narra essere infestata dalla presenza di un'antica strega.

In questo luogo spettrale, chiuso da decenni e letteralmente congelato nel tempo, diventa il teatro in cui Ohm fa i conti con il proprio passato e con il trauma che lo persegue senza dargli pace. All'interno della suite, lo scrittore incontra anche la strega, figura leggendaria del folklore locale della cui presenza era sempre stato totalmente scettico.
Dopo aver affrontato questo incubo, Ohm riesce miracolosamente a salvarsi e si risveglia in un letto d'ospedale. È qui che incontra di nuovo Alby (Will O'Connell), il fattorino dell'albergo con il quale si era comportato in modo estremamente sgradevole durante il soggiorno. Alby gli rivela di aver aggiunto alla sua fiaschetta un liquido ricavato da funghetti allucinogeni per vendicarsi del suo atteggiamento, richiamando direttamente ciò che Jerry (David Wilmot), il bizzarro eremita dei boschi circostanti gli aveva detto all'inizio del suo viaggio.
Quei funghi sono stati lo strumento che, sia materialmente sia simbolicamente, gli ha permesso di "vedere oltre" e di vivere in quel modo così inteso tutte quelle esperienze nella suite nuziale, vissuti reali e concretamente serviti a fargli capire il senso della vita, a combattere i suoi demoni e ad affrontare finalmente il presente, riuscendo così anche a concludere il tanto faticoso epilogo della sua trilogia.
Il significato di Hokum: l'elaborazione del trauma, il peso del passato e la riscoperta
Il significato profondo della pellicola è racchiuso interamente nell'elaborazione di un trauma delicato e doloroso come quello di Ohm, responsabile da piccolissimo della morte accidentale della madre. Portandosi dietro questo peso enorme per tutta la vita, perseguitato dalla sua ombra e dal conseguente pessimo rapporto con il padre, Ohm viveva schiacciato da un senso di colpa che lo portava a odiare tutto e tutti, trovando nella scrittura la sua unica via d'evasione.
L'intera esperienza vissuta nell'hotel agisce come un catalizzatore psicologico perfetto per rompere questo blocco. La storia si muove costantemente tra la speranza trasmessagli prima dal contatto umano con Fiona e l'assurdo trip allucinatorio vissuto poi all'interno della suite nuziale. Questa catarsi viscerale permette a Ohm di assumere nuove consapevolezze, sbloccando la sua emotività e portandolo ad avere un atteggiamento più aperto e umano anche nei confronti di Alby.

In definitiva, Damien McCarthy utilizza le convenzioni del genere horror non soltanto per spaventare con atmosfere claustrofobiche e oggetti di scena carichi di tensione, ma per raccontare la rinascita interiore di un protagonista profondamente segnato dal dolore.
Proprio la scelta del titolo Hokum racchiude questo perfetto equilibrio semantico: il termine, che in inglese indica fandonie o trucchi da baraccone, gioca sul doppio senso dell'atteggiamento di Ohm, inizialmente incline a liquidare il folklore e le leggende locali come semplici assurdità, e sulla natura dell'esperienza allucinatoria vissuta con i funghi, dove ciò che appare come un inganno della mente finisce per rivelarsi la realtà più autentica e viscerale con cui fare i conti.
Il viaggio del protagonista dimostra quindi come, per potersi liberare dalle proprie catene psicologiche e riappropriarsi del presente, la mente debba talvolta attraversare i propri incubi più oscuri e accettare la verità celata dietro le sue stesse illusioni.
