Annunciato lo scorso mese all’Obsessed Fest di Prime Video, evento dedicato alla community di appassionati delle principali novità della piattaforma, La bocca del diavolo è un nuovo survival movie che ha per protagonista uno squalo intrappolato all’interno di una grotta d’acqua dolce. Eppure, a terrorizzare davvero il pubblico non è tanto il predatore marino quanto le dinamiche tossiche che avvelenano i rapporti tra i protagonisti.
La bocca del diavolo, di cosa parla?
Un gruppo di studenti del college organizza una vacanza in Thailandia, un modo per stare tutti insieme prima di intraprendere la propria vita da adulti. Decisi a visitare un complesso di grotte marine denominato "La bocca del Diavolo", così chiamato per la conformazione delle rocce appuntite all’ingresso, che ricordano le fauci di un mostro, i ragazzi scelgono - nonostante l’avvertimento della guida - un itinerario più impegnativo, scoprendo poco alla volta una ghiacciante verità: nelle profondità della grotta si nasconde uno squalo, rimasto intrappolato lì da tempo.
Da Lo squalo a La bocca del diavolo: cosa è cambiato nel tempo?
Era l’estate del 1975 quando Lo squalo di Spielberg rivoluzionò l’immaginario cinematografico, ridefinendo il thriller e dando vita a un modello destinato a influenzare intere generazioni di registi. Più che per il mostro, il film colpiva per la sua capacità di costruire la suspense attraverso l’attesa, il fuori campo e la regia, dimostrando come il terrore potesse nascere soprattutto da ciò che non veniva mostrato. Da allora il cinema ha provato innumerevoli volte a replicarne la formula: gli shark movie sono diventati un sottogenere a sé stante, ma solo raramente sono riusciti a cogliere l’essenza del capolavoro di Spielberg, preferendo spesso l’eccesso spettacolare alla tensione narrativa.
È in questo solco che si inserisce La bocca del diavolo. Pur partendo da un presupposto familiare, il film tenta di rielaborare il modello spostando il vero conflitto dal predatore ai rapporti tossici che legano i suoi protagonisti. Un’intuizione interessante, che tuttavia fatica a tradursi in un racconto davvero incisivo.

Uno schema ripetitivo che non suscita mai terrore
Quello proposto dal regista Jeff Wadlow (già autore di Obbligo o verità e Fantasy Island) riprende uno schema già visto in 47 metri - Uncaged (2020): un gruppo di ragazzi intrappolati in una grotta, degli squali affamati e una lotta per la sopravvivenza. Il problema è che La bocca del diavolo sembra limitarsi a ricalcare quella formula, senza trovare una propria identità né offrire una vera evoluzione rispetto ai precedenti esempi del genere.
Il problema del film La bocca del diavolo non è lo squalo in sé: una creatura grottesca realizzata con una CGI di pessima qualità, incapace di suscitare anche solo un minimo barlume di terrore. La sceneggiatura, scritta a quattro mani da Aja Gabel e Myung Joh Wesner, esplora l’amicizia e le dinamiche all’interno di un gruppo universitario, mostrando come un rapporto apparentemente sano possa degenerare fino a trasformarsi in una relazione disfunzionale.
A compromettere ulteriormente la riuscita del film è una sceneggiatura che fatica a dare profondità ai suoi protagonisti. I dialoghi risultano poco brillanti e raramente riescono a restituire personalità ai personaggi, che rimangono figure superficiali e prive di un reale spessore emotivo. Nonostante le intenzioni iniziali di raccontare le dinamiche di un gruppo universitario e le fragilità dei rapporti d’amicizia, il film non riesce mai a rendere credibile l’evoluzione dei suoi protagonisti.
Kathryn Newton (decisamente più interessante in Freaky e Lisa Frankenstein) e Lana Condor (Tutte le volte che ti ho scritto ti amo) sono le uniche a emergere, grazie a un maggiore spazio sullo schermo e a interpretazioni che provano a valorizzare il poco materiale a disposizione. Gli altri tre membri del cast (tra i quali Gavin Casalegno di L’estate nei tuoi occhi), invece, risultano quasi invisibili, incapaci di lasciare un’impronta significativa all’interno della storia.

Anche sul piano della tensione il film dimostra tutti i suoi limiti. Jeff Wadlow non riesce a sfruttare adeguatamente l’ambientazione claustrofobica della grotta, che avrebbe potuto diventare un elemento fondamentale per costruire un’atmosfera opprimente e una vera sensazione di pericolo. Le acque oscure, gli spazi ristretti e l’isolamento dei protagonisti vengono utilizzati più come semplici ostacoli narrativi che come strumenti per generare suspense. Il risultato è un survival che procede in modo prevedibile, incapace di trasformare la paura dell’ignoto in una tensione costante.
Anche lo squalo, che dovrebbe rappresentare la principale minaccia, finisce per essere quasi un elemento secondario: la sua presenza non genera mai un senso di autentico terrore e le sequenze d’azione si affidano più alla frenesia che alla costruzione della suspense. La bocca del diavolo sembra così dimenticare che, nel cinema di questo genere, il vero orrore non nasce soltanto dalla creatura in sé, ma dall’attesa del suo arrivo.
Il proliferare di shark movie dimostra forse quanto sia difficile, oggi, trovare un modo originale per raccontare una creatura che il cinema ha già trasformato in un’icona dell’orrore. Lo squalo continua ad affascinare il pubblico, ma senza una scrittura capace di costruire tensione e una regia in grado di valorizzarne la presenza, il rischio è quello di produrre soltanto variazioni sempre più stanche di una formula ormai consumata. La bocca del diavolo non aggiunge nulla al genere, ma si limita a confermare la sensazione che il filone degli shark movie abbia ormai più nostalgia del passato che nuove idee da proporre.


