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The Boys 3, Recensione dei primi tre episodi – La caduta di un Dio

Lo scontro tra Boys e Sette ritorna in grande stile

The boys 3, recensione dei primi tre episodi – la caduta di un dio
The Boys 3, Recensione dei primi tre episodi – La caduta di un Dio
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La prima stagione di The Boys fu l’esemplificazione della serie giusta al momento giusto. Usciva su Amazon Prime Video infatti nel periodo di massimo splendore per i cinecomic moderni, e oltre a permetterle di sfruttare l’onda mediatica, le consentiva di espletare al massimo potenziale la sua natura decostruttiva del genere. Il grande successo, dovuto non solo da una convergenza dei trend di mercato, ma anche in larga parte dall’eccelsa qualità, la fedeltà allo spirito dell’omonimo fumetto da cui è tratto e uno stile cinico e irriverente riconoscibilissimo, ha dato seguito a una seconda stagione che ha incontrato il favore del pubblico ed espanso ancora di più la sua fanbase, anche grazie all’eccezionale villain Stormfront. Naturalmente le attese per la terza stagione erano molte, e finalmente, ora che abbiamo potuto godere delle prime tre puntate, possiamo tirare un sospiro di sollievo: i Boys sono tornati e sono più in forma che mai.

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La quiete prima della tempesta


La prima puntata ci presenta sin da subito uno scenario mutuato dal finale della seconda stagione. Ci troviamo infatti in un periodo di apparente calma derivante dalla sconfitta di Stormfront e il ritorno mediatico negativo su Patriota, tenuto a bada dalla Vought sfruttando il calo d’indice di popolarità. Hughie vive la sua nuova quotidianità, che alterna la relazione con Starlight con la quale ora convive, al lavoro presso il Federal Bureau of Superman Affairs, l’ufficio creato e gestito da Victoria Neauman per tenere sotto controllo l’abuso di poteri da parte dei super. Butcher va a trovare regolarmente Ryan, figlio nato da un abuso sessuale della defunta moglie Becca da parte di Patriota, con il quale ha instaurato un inaspettato legame affettivo, continuando al contempo la sua attività di caccia ai super insieme a Frenchie e Kimiko, dovendo però scendere a compromessi politici e legali proprio con il FBSA.

Marvin tenta di essere un padre presente per sua figlia e di riallacciare i rapporti con l’ex-moglie, reprimendo faticosamente i desideri di vendetta. Nel campo dei Sette, Patriota deve fare i conti non solo con la sua caduta mediatica, ma anche con la sempre maggiore influenza di Starlight foraggiata sospettosamente da Stan Edgar, offerta che rischia di mettere in crisi il rapporto con Hughie.
Il precario equilibrio viene spezzato dalla scoperta dell’esistenza di un’arma che pare sia in grado di uccidere Patriota, che durante la ricerca porterà i nostri ad indagare sulla figura di Soldatino, il primo super della storia.

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Chi ben comincia…


Il primo blocco di puntate funziona non solo per la qualità intrinseca delle stesse, ma anche in ottica di serialità, presentandoci non solo la nuova scacchiera nella quale si muoveranno i personaggi, ma anche tutti gli elementi e dinamiche che verranno verosimilmente esplorate nei prossimi episodi. Le novità in tal senso non sono poche, e faranno felici in particolare i lettori del fumetto, che ritroveranno convergenze e analogie con la controparte cartacea. Tutto risulta amalgamato con grande naturalezza e coerenza, riuscendo a stimolare gli spettatori e incuriosirli nello scoprire come la non poca carne al fuoco sarà esplorata e pronta ad esplodere appena la vicenda entrerà nel vivo.

Non si salva nessuno


I personaggi non solo mantengono intatto il loro carisma, ma ci vengono anche mostrati alcuni loro lati inediti, in particolare per quanto concerne Butcher e Patriota. Il primo esterna un inaspettato istinto paterno e affetto autentico, mentre il secondo si trova a fare i conti con le prime sconfitte e vacillazione dell’immenso potere derivante dalla decadenza dell’iconicità della sua figura, che si va a scontrare con il carattere megalomane e narcisista di un personaggio che sembrava inscalfibile, lasciano lo spazio a ridicoli deliri di onnipotenza, che danno vita a scene di tensione magistralmente architettate.
I parallelismi religiosi in The Boys contribuiscono al lavoro di decostruzione del genere supereroistico, corraborato dai momenti metacinematografici critici non solo nei confronti dei tendenze dell’industria cinematografica e dello star system hollywoodiano, ma financo dei fenomeni di “-whasing” delle grandi multinazionali, sposando solo formalmente cause di progresso sociale e civile con lo scopo di capitalizzarci e inglobarle nella logica capitalistica.

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Anche le altre storie personali funzionano e i momenti introspettivi non mancano, per quanto al momento alcune storyline risultino più deboli di altre, rimanendo comunque godibili, e con il potenziale di essere sviluppate a dovere, speranza che pare ben risposta visto l’ottimo lavoro in termini d’equilibrio, sia in termini di minutaggio dedicato a ogni personaggio che d’approfondimento. Ottimo anche lo spazio dedicato all’approfondimento del background narrativo e della società supereroistica, che nonostante sia alla terza stagione, dimostra di avere sempre qualcosa di nuovo da dire e mostrare.

Se non fosse The Boys mi offenderei


L’unica cosa su cui non si ponevano dubbi erano l’umorismo nero e il cinismo che rappresentano la vera cifra stilistica della serie. Le “scene cattive” non sono solo quantitativamente coerenti con quello a cui eravamo stati abituati con le precedenti stagioni di The Boys, ma spingono più in là l’asticella di ciò che è moralmente consentito mostrare nella serialità. Particolare menzione d’onore per scene splatter magnificamente realizzate, sia per intensità che trovate gore.


Altra grande conferma è la componente tecnica. Registicamente non lesina sperimentazioni e riprese ricercate, presentando delle geniali trovate sceniche. La fotografia è mutevole e in grado di adattarsi alle diverse sequenze: patinata nei momenti satirici ed equilibrata nelle sezioni più introspettive, emulando talvolta per l’esigenza quella dei prodotti che va a parodizzare. Lodevole anche le scenografie e costumi, che riprendono perfettamente un certo gusto pacchiano di una certa industria dell’intrattenimento americana. Le interpretazioni come al solito sono di ottimo livello, che raggiungono l’apice durante la performance di Antony Starr nei panni di un patriota ferito e rabbioso.

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