Babadook: il senso di colpa e la paura – Recensione

Un film horror ma non troppo

Babadook: il senso di colpa e la paura - Recensione 1

Babadook è il primo lungometraggio dell’attrice e regista Jennifer Kent, uscito nelle sale nel 2014.

Il film, presentato e osannato al Sundance Film Festival dello stesso anno, ha convinto la critica internazionale, incassando anche al botteghino oltre 10 milioni di dollari.

Babadook: il senso di colpa e la paura - Recensione 3
Babadook

La trama (Spoiler):

Amelia, interpretata da una meravigliosa Essie Davis, è una madre, vedova, che sta crescendo il figlio, Samuel, attraverso varie difficoltà, sia economiche sia psicologiche.

Il bambino, reso davvero insopportabile dall’ottimo Noah Wiseman, sviluppa delle problematiche comportamentali con i coetanei, alimentando così le preoccupazioni della madre.

Una sera, per tranquillizzare e per far addormentare il figlio, Amelia trova uno strano libro pop-up dal nome “Mister Babadook”.


Una volta aperto, inizieranno a verificarsi strani avvenimenti in quella casa.

Una madre a 360°

L’intero film è sorretto da una prova attoriale magistrale di Essie Davis (Matrix Reloaded, Matrix Revolution, La ragazza con l’orecchino di Perla), che porta sul grande schermo una madre amorevole, devota al figlio e alle sue problematiche caratteriali.

Lei è altrettanto pericolosa, poiché reprime qualsiasi emozione negativa derivante da ciò che il figlio le fa passare (è costretta ad allontanarlo da scuola; Samuel rompe il naso a sua cugina).

Tutto ciò, oltre alla mancata rielaborazione del lutto (il marito muore lo stesso giorno in cui nasce Samuel), contribuisce a delineare una persona profondamente depressa attraverso un viso costantemente teso e triste.

Seguendo le orme di Carpenter in Halloween per quanto riguarda la profonda caratterizzazione della protagonista, la regista mette in scena una figura materna isolata da tutti, bisognosa d’amore e dell’affetto perduto, che si chiude in se stessa, destinata quasi a un inesorabile e lento viaggio verso la follia.

Il senso di colpa, le difficoltà nell’educazione di Samuel, l’amore per il figlio nonostante tutto e il fatto di non potersi sfogare con nessuno (nemmeno con se stessa come quando per esempio viene interrotta dal bambino mentre si stava masturbando), sono tutti ingredienti che metteranno in crisi il mondo interiore della donna.

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Essie Davis (Babadook)

Viene da domandarsi, infatti, quanto l’entità Babadook sia un frutto della “realtà” o della psiche fragile della donna.

A tale proposito è abbastanza palese il rimando a Kubrick e al soggetto di Jack Torrance (Jack Nicholson) presente in “Shining” del 1980, specialmente nelle sequenze in cui Amelia gira per casa con un coltello da cucina, riuscendo a terrorizzare non poco lo spettatore.

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E quindi Babadook?

Questa pellicola lascia un grande quesito tra le mani.

In cosa consisterebbe in realtà Babadook?

Inizialmente, s’intravede un essere che strizza l’occhio sia agli esseri ideati da Tim Burton (da “Nightmare Before Christmas” a “Edward mani di forbice”) sia al Nosferatu di Murnau del 1922, in quanto si tratta di una strana creatura nera e bianca, con un cilindro in testa e lunghe unghie affilate.

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Babadook

Ma è qui che la regista gioca con lo spettatore, in quanto si può notare (probabilmente con una seconda visione del film) come non si soffermi tanto sulla tipologia del mostro, quanto su cosa rappresenti.

Con questo curioso cambio di prospettiva, si può immaginare che la creatura rappresenti il bisogno di qualcuno e la paura di Amelia di sentirsi sola e senza un appoggio fisico e morale.

Al tempo stesso consiste nella mancanza della figura paterna per il piccolo Samuel, che cerca di assumersi responsabilità troppo grandi per la sua età (come per esempio la volontà di proteggere la madre dall’uomo nero).

Non c’è via di scampo, se non comprendere tale situazione, maneggiarla, addomesticarla.

In altre parole, imparare a conviverci. Solo tramite queste azioni si può resistere ai sensi di colpa e alle paure più recondite.

Con Babadook si viaggia tra un horror psicologico lento e un dramma familiare, in cui soggiace comunque la forza dell’amore tra madre e figlio, tra alti e bassi che contraddistinguono qualsiasi relazione familiare.

Un altro aspetto interessante riguarda il fatto che la regista non utilizza le classiche tipologie di jumpscare (eventi visivi o sonori improvvisi che hanno l’obiettivo di far saltare lo spettatore sulla poltrona dalla paura).

Infatti, l’intera inquietudine prende forma attraverso leggeri suoni stridenti, la fuoriuscita di numerosi scarafaggi da dietro il frigo, la voce metallica e agonizzante dell’entità e soprattutto la capacità espressiva di Essie Davis (vedi foto sopra).

Il finale, davvero spiazzante, rende l’intera pellicola davvero originale riuscendo a far riflettere molto lo spettatore su cosa abbia appena visto.


Si consiglia, infatti, una seconda visione per riuscire a comprendere adeguatamente il concetto che sta alla base del film.

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Trailer di Babadook:

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Babadook: il senso di colpa e la paura – Recensione
In Conclusione
Un horror particolare che prende il suo tempo per terrorizzare lo spettatore, il quale però difficilmente proverà un vero senso di paura, quanto più confusione, soprattutto nelle fasi finali. Nonostante ciò, l'idea che sta alla base del film è davvero originale, per non parlare del finale spiazzante. Forse è necessaria una seconda visione per apprezzare meglio questo film, che sicuramente si fa notare nel panorama degli horror psicologici. Unisce la lenta e inesorabile discesa nella follia a immagini bianche e nere di stampo espressionista, che gli valgono una valutazione molto positiva.
Punteggio dei lettori0 Votes
0
Pro
Riferimenti al cinema espressionista
Prova attoriale dei protagonisti davvero notevole
L'idea che sta alla base del film è originale rispetto al mare magnum degli horror odierni
Contro
Forse le sequenze clou durano troppo poco
In una scena in particolare, sembrava di essere catapultati in Mamma ho perso l'aereo
8
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