Presentato in concorso alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e in arrivo nelle sale italiane il prossimo 15 ottobre 2026, distribuito da I Wonder Pictures, Primetime segna l'esordio alla regia di finzione per Lance Oppenheim. Il regista costruisce un'indagine allucinata, ma allo stesso tempo spietata, sui meccanismi della televisione americana dei primi anni Duemila.
L'intera impalcatura drammatica poggia sull'interpretazione di Robert Pattinson nel ruolo del protagonista dell'adattamento di questo discutibile caso reale. Il cast, affiatato e ben bilanciato, vede inoltre la presenza di Merritt Wever nei panni di un'incisiva produttrice, Skyler Gisondo nel ruolo della giovane "esca" travolta dagli eventi, l'esordio sul grande schermo della cantautrice Phoebe Bridgers e la comparsa di Anna Faris. Insieme danno vita a un ingranaggio umano che sacrifica la deontologia in nome dell'audience.

La vera storia di To Catch a Predator
La pellicola trae spunto dalle inchieste giornalistiche dell'epoca per ricostruire la vicenda reale del controverso programma NBC To Catch a Predator, condotto per l'appunto da Chris Hansen. La narrazione ci riporta al periodo di massima ossessione della TV americana per la gogna mediatica e la sicurezza domestica.
Il meccanismo dello show era collaudato: attirare presunti predatori online all'interno di abitazioni civetta piene di telecamere e, dopo un primo contatto con giovani figuranti, far intervenire il conduttore per il confronto a favore di camera, anticipando l'intervento della polizia. Il film mette a fuoco il punto di rottura di questo sistema, ispirandosi al drammatico caso del procuratore distrettuale Bill Conradt ad Augusta, in Texas, dove il confine tra il reportage d'inchiesta e il giustizialismo spettacolarizzato venne definitivamente travalicato.
L'illusione di fare del bene e l'allucinazione estetica degli anni 2000
Oppenheim ci mostra le dinamiche e il dietro le quinte della troupe televisiva guidata da Chris Hansen (Robert Pattinson): un gruppo di professionisti spinto dall'ambizione e dalla ricerca del successo, capace di giustificare l'aggressività dei propri metodi con la pretesa di servire una causa nobile. Sul piano visivo, il film adotta un ritmo incalzante e una fotografia caratterizzata da luci al neon molto marcate, che tagliano il buio e richiamano la saturazione cromatica tipica dei primi anni Duemila.
Lontano dall'essere una semplice esercitazione di stile o una maniera formale, il film dimostra una solida tenuta drammatica. Mette lo spettatore di fronte a una realtà priva di eroi puri, dove persino il membro più ingenuo della squadra, interpretato da Skyler Gisondo, continua a perseguire gli obiettivi della produzione nonostante il crescente senso di disagio morale, prima di decidere di defilarsi quando ormai era già troppo tardi.
Emblematica in questo senso è la scena in cui Hansen sveglia i propri figli piccoli nel cuore della notte per mostrare loro il pilot del programma, convinto che quello sia il momento della svolta per la prima serata: un passaggio rivelatore che svela come la ricerca dell'affermazione personale abbia ormai permeato ogni sfera privata e di come l'egocentrismo e la fame di fama sia al di sopra di tutto.

Primetime: Robert Pattinson trafigge lo schermo
Nel ruolo del conduttore, Robert Pattinson offre una prova di grande intensità e presenza scenica. L'attore domina l'inquadratura restituendo con precisione i gesti, la cadenza e la sicurezza ostentata del volto televisivo, un uomo pronto a spingersi oltre ogni limite etico pur di catturare l'attenzione del pubblico e garantire gli ascolti.
La sua interpretazione valorizza la costante finzione del personaggio, immerso in una performance perenne anche al di fuori della diretta. Senza cedere a facili moralismi, la regia di Oppenheim, nonostante nella parte centrale si perda un po', pone interrogativi sulla trasformazione della gogna pubblica nella cultura di massa, consegnando un'opera prima complessa e di notevole impatto visivo che ci interroga direttamente sul confine tra il diritto di cronaca e la fame di intrattenimento.


