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Backrooms, Recensione: l’horror virale del web funziona anche al cinema?

Kane Parsons, giovane regista di soli 20 anni, ha portato in sala il fenomeno delle backrooms, ed ecco come è andata.

Recensione di 

Poster di Backrooms

Backrooms

Anno d'uscita: 2026
6.5/10
La recensione in breve:

Backrooms è un horror inquietante e immersivo, capace di portare al cinema le paure nate sul web. Pur perdendo forza quando prova a spiegare troppo il suo mistero, il film conferma il talento di Kane Parsons nel costruire tensione e alienazione.

Data di uscita27 maggio 2026
Durata110 min
RegiaKane Parsons
Cast Principale
Renate ReinsveMary
Chiwetel EjioforClark
Mark DuplassPhil
Finn BennettBobby
GenereHorror, Mistero, Fantascienza
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Il fenomeno delle Backrooms, dai forum ai video su YouTube, adesso arriva anche al cinema.

Dal 27 Maggio con IWonder Pictures e A24, Backrooms è il film del giovanissimo regista Kane Parsons, 20 anni, che porta al cinema la sua versione personale delle creepypasta che più ha intrattenuto il web negli ultimi anni.

Il fenomeno delle Backrooms al cinema

C'è però una domanda che il cinema horror contemporaneo continua a rincorrere senza trovare davvero una risposta definitiva: ciò che ci terrorizza online può funzionare anche sul grande schermo?

È una questione che accompagna da anni il rapporto tra internet e audiovisivo, dai creepypasta ai found footage caricati su YouTube, fino ai racconti nati e cresciuti dentro forum, Reddit e TikTok.

Con Backrooms, il giovane regista Kane Parsons prova a trasformare uno degli immaginari più inquietanti del web in un vero e proprio film horror, portandosi dietro tutto il fascino ma anche tutte le contraddizioni delle Backrooms.

E il risultato è esattamente questo: un’esperienza audiovisiva potentissima, a tratti davvero disturbante, ma anche un racconto che rischia continuamente di perdersi dentro la propria stessa mitologia.

Sfondo - Backrooms (2026)
Backrooms - Sfondo / Atomic Monster, 21 Laps Entertainment, A24, Phobos, The North Road Company

Infiniti corridoi e livelli di ricordi diversi

La trama segue Clark, personaggio centrale del film, infelice e depresso dopo essere stato cacciato dalla moglie a seguito dei suoi problemi con l’alcool, scopre l'universo delle Backrooms nel seminterrato del suo negozio. Quella che inizia come un’esplorazione fisica del lungo corridoio infinito davanti a lui, ben presto si trasforma in una fuga impossibile da quegli stessi spazi ma anche un viaggio mentale e psicologico.

Clark non attraversa soltanto i corridoi e i livelli diversi delle Backrooms ma attraversa frammenti di sé stesso. Ed è qui che il film prova a fare qualcosa di più ambizioso rispetto alla semplice trasposizione della creepypasta originale.

Le Backrooms diventano infatti uno spazio in cui i ricordi vengono deformati, smembrati, ricombinati in modo innaturale. Alcuni ambienti sembrano evocare memorie d’infanzia, altri ricostruiscono sensazioni familiari in modo disturbante, quasi come se il luogo stesse divorando lentamente l’identità dei personaggi.

In alcuni momenti il film mostra che le Backrooms non siano soltanto un luogo fisico, ma uno spazio mentale che si nutre dei traumi e dei ricordi delle persone che vi finiscono dentro.

Le Backrooms sono impossibili da spiegare

Il problema però nasce quando Backrooms prova a dare una struttura troppo precisa a questo caos. Le Backrooms funzionano proprio perché non hanno una spiegazione. Sono spazi impossibili, corridoi giallastri illuminati da neon malati, stanze infinite che sembrano appartenere a un ufficio abbandonato degli anni Novanta, ma svuotato di ogni presenza umana.

Non sappiamo cosa siano, da dove arrivino, perché esistano. Ed è questo il loro potere: internet le ha rese un fenomeno perché incarnano una paura molto contemporanea. Quella del vuoto, della liminalità, della sensazione di trovarsi in un posto che dovrebbe essere familiare ma che invece è profondamente sbagliato.

Sfondo - Backrooms (2026)
Backrooms - Sfondo / Atomic Monster, 21 Laps Entertainment, A24, Phobos, The North Road Company

Per oltre vent’anni l’horror sul web ha dimostrato che l’ignoto spaventa molto più del mostrato, e le Backrooms erano forse l’esempio perfetto di questo principio.

Bastava una fotografia sfocata, un ronzio elettronico, una stanza troppo vuota per far lavorare l’immaginazione dello spettatore. Sul web eri tu a completare il puzzle. Al cinema, invece, il puzzle va costruito davvero. E qui il film di Parsons entra in crisi.

Perché da una parte il regista riesce benissimo a tradurre il lato sensoriale delle Backrooms. Dal punto di vista sonoro il film è impressionante. Ogni rumore sembra studiato per mettere a disagio: il neon che vibra, i passi ovattati, il silenzio improvviso che precede qualcosa di indefinibile.

È un horror che lavora tantissimo sulla percezione dello spazio e sulla tensione sonora, più che sul jumpscare puro. E questa è probabilmente la scelta più intelligente possibile. Parsons conosce perfettamente il linguaggio dell’inquietudine digitale perché viene direttamente da lì. Sa come costruire una sensazione di minaccia senza bisogno di mostrarla continuamente.

La struttura architettonica delle Backrooms

Anche le ambientazioni sono il vero cuore del film. I vari livelli attraversati da Clark e dalla sua psicologa successivamente, riescono quasi sempre a mantenere quel senso di alienazione tipico della lore originale.

Ci sono momenti in cui lo spettatore si sente davvero intrappolato in un non-luogo infinito, sospeso fuori dal tempo e dalla logica. Alcuni scenari sono disturbanti proprio perché sembrano plausibili: piscine abbandonate, corridoi industriali, stanze troppo illuminate, architetture impossibili che sembrano generate da un sogno febbrile.

La componente narrativa, invece, resta la parte più fragile dell’operazione. Il film tenta di ampliare la mitologia delle Backrooms inserendo spiegazioni, collegamenti e una struttura più tradizionale, ma così facendo rischia di complicare qualcosa che funzionava proprio nella sua incomprensibilità.

A tratti sembra quasi che il film abbia paura del mistero, come se sentisse il bisogno di dare informazioni allo spettatore per giustificare ciò che accade.

La vera paura è una spiegazione impossibile

Ma le Backrooms non hanno bisogno di essere giustificate. Anzi, forse nel momento in cui vengono spiegate perdono automaticamente parte del loro fascino.

Eppure sarebbe ingiusto liquidare il film soltanto per le sue confusioni narrative. Perché dentro Backrooms c’è anche qualcosa di molto affascinante: il tentativo genuino di capire come trasformare l’horror digitale in cinema vero.

Non semplicemente adattare un meme o una creepypasta, ma portare sul grande schermo il linguaggio stesso della paura online. Quella paura fatta di immagini sporche, spazi vuoti e sensazioni inspiegabili che internet ha saputo sviluppare meglio di qualunque altro medium contemporaneo.

Alla fine, il vero terrore delle Backrooms continua a essere lo stesso di sempre: l’idea di perdersi in un luogo che non dovrebbe esistere, mentre anche i propri ricordi iniziano lentamente a disfarsi.

Progresso del punteggio
6.5SCORE

"Discreto"

Recensito da Diletta Chiarello

Certificato da:
Metodo di Valutazione

Disponibile su:

Diletta Chiarello, appassionata di serie tv, libri e cinema sin da bambina, ho studiato cinema e comunicazione all'università. Le commedie romantiche e i teen drama sono il mio pane quotidiano, ma il mio film preferito del venerdì sera è sempre Arancia Meccanica.

Scheda Tecnica

Cast Completo
Renate Reinsve
Mary
Chiwetel Ejiofor
Clark
Mark Duplass
Phil
Finn Bennett
Bobby
Lukita Maxwell
Kat
Avan Jogia
Naren Warne
Robert Bobroczkyi
Pirate Clark
Ember Ambrose
Young Mary
Krista Kosonen
Nora
Philip Granger
Meterman

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