Shōgun, Recensione: quando la guerra non lascia spazio al cuore

Shōgun è la nuova serie evento in arrivo su Disney+ dal 27 febbraio. Le aspettative, senza ombra di dubbio, sono state rispettate.

Shōgun, Recensione

Shōgun è la nuova serie evento in arrivo su Disney+ a partire dal prossimo 27 febbraio. La miniserie firmata FX, composta da 10 episodi distribuiti con cadenza settimanale, è definita dalla società stessa come la più grande produzione su scala internazionale del loro catalogo.

Shōgun è ispirata all'omonimo romanzo del 1975 di James Clavell, proprio come la serie televisiva del 1980 diretta da Jerry London. Dopo diversi trailer accattivanti ed un marketing denso di materiale interessante, proposto addirittura al Super Bowl di quest'anno, la curiosità era tantissima. Vi anticipiamo che le aspettative, senza ombra di dubbio, sono state più che rispettate.

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Shōgun

Shōgun si piazza nel mezzo dove la politica incontra la poetica e la fede incontra la ragione, elementi contrastanti che riescono a convivere sorprendentemente bene all'interno della serie. Una sceneggiatura, quindi, di altissimo livello e spessore, che incide tanto nei temi quanto nei personaggi, nessuno lasciato al caso. Shōgun ha una direzione solida ed immersiva, supportata da una messinscena dalle proporzioni gigantesche. A completare il quadro c'è un cast meraviglioso, che ha evidentemente messo cuore ed anima nel progetto.

Dove vederlo:

Un pedone può fare scacco matto?

John Blackthorne è il capitano di una misteriosa nave inglese che nel 1600 approda in Giappone. Lui, la sua flotta e la sua nave vengono catturate e piegate alla volontà del Paese sovrano, il quale sta vivendo un periodo di crisi molto profonda.

Grazie alle sue conoscenze e alla sua arguzia, John riesce a scavalcare posizioni all'interno delle gerarchie giapponesi, avvicinandosi e servendo Toranaga, un membro del Consiglio dei Reggenti messo alle strette dai suoi avversari, coalizzati contro di lui e decisi ad eliminarlo. John vede in Toranaga l'unica possibilità per riagguantare una liberà ormai perduta, mentre Toranaga vede in John una pedina utile per ribaltare la sua sorte.

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Shōgun: un universo complesso ed impeccabile

Shōgun è un universo davvero complesso, quanto meno sulla carta, composto da micro cosmi intrecciati tra loro, più o meno piccoli e pregiati. Il materiale alla base della serie è una sfida non di poco conto già in partenza, dove una scrittura anche solo sufficiente può portare ad un imbuto difficile da risalire. Shōgun si piazza nel mezzo dove la politica incontra la poetica e la fede incontra la ragione, elementi contrastanti che riescono a convivere sorprendentemente bene all'interno della serie.

Come se non bastasse, i confronti culturali che osserviamo durante gli episodi sono resi in maniera impeccabile. Non è solo questione di occidentale e orientale, parliamo di antropologia pura, del senso di comunità e di libertà individuale, di azione e di parola. Una sceneggiatura, quindi, di altissimo livello e spessore, che incide tanto nei temi quanto nei personaggi, nessuno lasciato al caso. Tutto scorre liscio e quello che poteva essere per lo spettatore un mattone indigesto diventa l'amaro di fine pasto.

Immagine d'informazione

Quando una serie diventa cinema

Shōgun ha una direzione solida ed immersiva, supportata da una messinscena dalle proporzioni gigantesche. Dalle tuniche casalinghe alle armature in battaglia, dalle piccole stanze ai palazzi di lusso, ogni dettaglio è reso credibile ed accurato. La fotografia, caratterizzata da un sapore anamorfico, trasmette quel potere incontenibile, soprattutto dai piccoli schermi, dei kolossal del cinema e, a dire la verità, è addirittura limitante vederla "solo" in streaming tra le mura di casa.

A completare il quadro c'è un cast meraviglioso, che ha evidentemente messo cuore ed anima nel progetto. Emergono le performance di Cosmo Jarvis nei panni di John, Anna Sawai in quelli di Mariko e del grande Hiroyuki Sanada, anche produttore esecutivo della serie, in quelli di Toranaga.

Il co-creatore della serie, Justin Marks, ha affermato di essere stati particolarmente attenti nel "non ripetere gli errori di Hollywood con le storie giapponesi". Aveva ragione, non l'hanno fatto.